Il luogo dell’incontro

8 9 2017

Il luogo dell’incontro

L’arte contemporanea si confronta con la letteratura

Si improvvisa come nel jazz: la materia è conosciuta ma l’esito è ignoto. È così che inizia l’evento condotto da Francesca Alfano Miglietti e da Silvio Perella, con due quasi sconosciuti che decidono di abbandonare le scalette e di dialogare fra loro e il pubblico. La vasta tematica è l’incontro nel mondo dell’arte.

Francesca, ideatrice della rivista di arte contemporanea Virus, crede che lo scambio con le persone sia importante perché ci obbliga a cambiare idea: occorre abbattere i nostri anticorpi per poter accogliere pensieri e idee differenti. L’autrice ci suggerisce così il punto di vista di un’arte che non può essere considerata uno svago culturale, ma che ha l'irruenza di un trauma. Deve creare uno squarcio e insinuare una nuova coscienza nello spettatore. In questo senso, l’arte non è comprensibile al solo sguardo, così come sarebbe parziale giudicare una persona solo per come appare: «di tutto quello che mi rappresenta io non ho nessun merito e nessuna colpa», ci dice Francesca. Per capire l’arte, in particolar modo quella contemporanea, e per poterne cogliere le suggestioni è essenziale riconoscere la buonafede dell’artista. Non “mi piace” o “non mi piace” quindi, perché l’arte non è una questione di gusto estetico, ma “capisco” o “non capisco”.

Per Silvio, autore di Insperati incontri, anche il linguaggio è un patto tra lo scrittore e i suoi lettori. Ci racconta così di Sillabari, capolavoro incompiuto di Goffredo Parise. Questo testo è in realtà un accorpamento di Sillabario n. 1 (1972) e Sillabario n. 2 (1982) nei quali Parise dedica tante brevi storie quante sono i sentimenti degli uomini, rigorosamente in ordine alfabetico. Se alla lettera A troviamo racconti dedicati all’amore, all’affetto e all’amicizia, alla lettera S, l’ultima, fa capolino la solitudine. I Sillabari si presentano così come un nuovo dizionario capace di elencare i sentimenti e le emozioni dell’uomo del nostro tempo. Ne risulta che il lavoro dell’artista è metamorfico perché ha a che fare con quanto riesce ad acchiappare del mondo tanto che, citando Parise stesso: «La cultura non è aver letto libri ma è aver lavorato per capire».

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