Isole di silenzio: La Casa Madonna dell'Uliveto

28 5 2017

Isole di silenzio: La Casa Madonna dell'Uliveto

La IV parte del lavoro scelto dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Come raccontare luoghi di solitudine lontani dal caos, spazi di raccoglimento che continuano a essere teatro di scelte radicali, per molti versi in controtendenza rispetto alla frenesia e alla distrazione di massa del nostro tempo? Isole di silenzio di Melissa Magnani è il lavoro scelto nel 2016 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo, il progetto pensato da Festivaletteratura per promuovere tra i più giovani il giornalismo narrativo e organizzato in collaborazione con LUISS Writing Summer School. La quarta parte del reportage – pubblicato a puntate sul nostro sito – si svolge negli spazi della Casa della Madonna dell'Uliveto, a Montericchio di Albinea.

IL SILENZIO È PELLE E ULIVI
[di Melissa Magnani]

Non vi è separazione, non vi è dentro, non vi è fuori. Non vi è distacco o disunione. Continuano ad esistere alberi, foglie, tra i corridoi della Casa della Madonna dell'Uliveto, a Montericco di Albinea. Un'isola in collina, tra campi, rami, vigneti, boschi. Un ospedale che non è ospedale. È casa, rifugio. Dalle finestre, si vedono gli ulivi. Ci sono piante e tralci lungo i corridoi.

(caricamento...) [video in collaborazione con Matteo William Salsi]

La Casa Madonna dell'Uliveto sorge nel 2001. Anticamente, era un asilo. Alle pareti, ricordi del passato, fotografie in bianco e nero, volti di bambini, corpi piccoli. Ora le stanze hanno letti grandi, passi adulti. Dodici sono le camere che ospitano i malati. C'è silenzio. Ognuno ha la propria intimità, mensole per i propri oggetti portati da casa, un divanoletto per passare la notte vicini a chi si ama. Gli infermieri bussano, prima di entrare. A volte portano fiori, appena colti in cortile.
«Qui ci sono malati, malati gravi. Ma quando si entra non si ha l'idea di un ospedale, infatti si chiama Casa, vuole essere una casa. In cui si cura anche la bellezza. Perché le cure palliative sono attenzione al dettaglio, alle piccole cose», svela Annamaria Marzi. Lei è la voce di questa isola del silenzio.Lei è la fondatrice della Casa.
Dopo anni come responsabile del sistema infermieristico dell’Ospedale Santa Maria Nuova, a Reggio Emilia, ha realizzato questo progetto. Desiderava silenzio, desiderava quiete. Per seguire la malattia fino agli ultimi istanti. Per accogliere malati in fase avanzata, dare loro sollievo, dopo percorsi faticosi, fatti di ospedali, chemioterapie, ricoveri, insuccessi, delusioni. Per accompagnare la morte e la guarigione interiore. Donare sollievo, quando la sofferenza è totale.
«Ci sono malati inguaribili, ma non esistono malati incurabili. La cura è soprattutto il prendersi cura. È una cura globale, è un’attenzione ai bisogni fisici, emotivi, spirituali. Si cura la persona. In ospedale si è attenti alla malattia acuta, alla diagnosi, gli esami, la terapia. Qui la diagnosi è già fatta, c’è da alleviare la sofferenza, che è una sofferenza globale, che porta spesso il malato a chiudersi, a chiudere con l’esterno. Il malato ha voglia di stare con chi conosce. Tende a isolarsi, è il tempo dell’introspezione, del bilancio. Che uno lo sappia o non lo sappia, il corpo dà segnali inequivocabili. Nel tempo finale è portato a confrontarsi con le domande grandi, ultime della vita, anche se non le esplicita quasi mai. È un tempo di pensieri e ripensamenti, di riflessioni su quello che è stato e quello che verrà. Anche il malato diviene un’isola silenziosa».

(caricamento...)

Il silenzio qui è fatto di corpi. Silenzio di mani, carezze, silenzio di palpebre e sguardi. Perché il silenzio è voce del verbo stare.
«Cure palliative vuol dire stare, non fuggire. Di fronte ad un malato grave il desiderio è quello di fuga. Perché: cosa gli dico? Invece non devi dirgli niente. Devi stare lì, ascoltare. Semplicemente con la tua presenza, dire: sono qua, se hai bisogno, ci sono. Con quell'attenzione, quella delicatezza, con la capacità di stare nell'’impotenza. Nella non risolvibilità delle cose. Accettare la parzialità del proprio contributo, che però è prezioso, perché una goccia può far nascere un fiore. È un silenzio ricco di vicinanza, di condivisione, di presenza».

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Il silenzio è cura, mano che si protende e allevia.
«Il tocco è una delle cose che, anche senza parlare, è una forma di comunicazione molto efficace, ma molto dimenticata. Il tatto è affettivo, terapeutico. È la prima forma di comunicazione con il bambino appena nato ed è l’ultimo senso a scomparire. Quando il malato non parla più, non vede più, non sente più. Però se lo tocchiamo, se gli teniamo la mano, se lo accarezziamo è un modo per fargli sentire che siamo vicini, che è degno di vicinanza e di contatto».

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Il silenzio è pelle. È essere nudi, avere nude parole. Spogliarsi di tutto. Lasciare che vi siano lacrime, lasciarle scorrere. Comprendere la rabbia, la fatica. Sapere attendere i tempi dell’ascolto, e del dialogo. I tempi muti, quelli della voce.
«Le parole diventano sempre più essenziali, anche se non sempre in modo univoco. Le persone sono diversissime, e le storie sono diversissime e ognuno ha il suo percorso. Le parole che contano comunque sempre di più sono quelle del voler bene, dell’amore. E sono quelle più difficili da dire. Molte volte si danno per scontate, invece sarebbe importante dirle, dire che ci si vuole bene, dire che ci si perdona».

(caricamento...)

Ogni malato è un'isola di silenzio. Qui viene chiamato per nome, rispettato, accolto, protetto. Per Annamaria le cure palliative sono un’oasi. Quando tutto è deserto, vi è bisogno di ombra, acqua, sollievo. Vi è bisogno di rugiada, di luce. Il buio fa paura.
Il silenzio a volte è desiderato, a volte è temuto. Esiste la paura che non ci sia nessuno, di essere abbandonato. Con il tramonto del sole, quando la luce va via, il malato inizia ad avere paura. Scendono le ombre della sera, scende la notte, simbolo della morte. Il malato combatte il sonno, le palpebre calano, ma lui cerca di non chiudere gli occhi e vuole qualcuno vicino. Chiama, anche con dei pretesti, perché ha paura. E appena sorge l’alba, si addormenta».

(caricamento...)

Ci sono molte finestre nella Casa. Si affacciano ad est, ad oriente, dove sorge la luce. Sotto i davanzali, erbe officinali, colline, rose, lavanda. Dentro la Casa Madonna dell'Uliveto ci sono molte porte. C'è una stanza con un pianoforte. È la stanza della musica e della cultura, ha librerie piene di pagine, divani, vasi di ortensie. C'è la cappella, pareti bianche e finestre grandi sul giardino. La chiesa, l’altare a San Martino, affreschi e cera. La sala del commiato, accanto agli ulivi, con una preghiera sulla parete di pietra, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra. La morte qui è parte della vita.
«La morte è il compimento della vita. A volte è difficile anche solo dire morte. Nella nostra società è diventata una rimozione totale, si usano giri di parole, è mancato, si è spento, mai è morto. Invece nel creare questa Casa per il sollievo e l’accompagnamento dei malati gravi, c'era l'intenzione, un po' trasgressiva, di rimettere a tema la morte. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore».

(caricamento...)

Tra le stanze della Casa della Madonna dell'Uliveto, il silenzio è una finestra che aspetta l'alba. Che lascia entrare luce. Che permette agli alberi di esistere, oltre il vetro, e nei corridoi. Il silenzio è pelle e foglie, rugiada nei corpi e negli spazi. Mani che si tengono salde. Passi adulti che ricordano antichi passi di bambini. In un rincorrersi di istanti che sono ancora vita, che sono alberi, campi aperti, ulivi. Dentro e fuori ogni sguardo silenzioso.

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Meglio di un romanzo rientra nelle azioni del progetto Diciotto+, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo.


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