Isole di silenzio: Nell'enclave di Giovanni Lindo Ferretti

27 3 2017

Isole di silenzio: Nell'enclave di Giovanni Lindo Ferretti

La II parte del lavoro scelto dalle giurie dei pitching di Meglio di un Romanzo

Come raccontare luoghi di solitudine lontani dal caos, spazi di raccoglimento che continuano a essere teatro di scelte radicali, per molti versi in controtendenza rispetto alla frenesia e alla distrazione di massa del nostro tempo? Isole di silenzio di Melissa Magnani è il lavoro scelto nel 2016 dalle giurie dei pitching di Meglio di un Romanzo, il progetto pensato da Festivaletteratura per promuovere tra i più giovani il giornalismo narrativo e organizzato in collaborazione con LUISS Writing Summer School. La seconda parte del reportage – pubblicato a puntate sul nostro sito è incentrata sulla testimonianza di Giovanni Lindo Ferretti, cantante e scrittore che da anni ha fatto ritorno nella sua casa natale a Cerreto Alpi, nell'Appennino reggiano, dove alleva cavalli e vive in un'enclave fatta di racconti.

IL SILENZIO DOVE OGNI COSA HA VOCE
[di Melissa Magnani]

Cerreto Alpi è una terra emersa. Affiora tra cime e cieli. È un'isola di pietre. Finestre chiuse, poche persone. Esiste il silenzio, esiste lo scorrere dell'acqua. Esiste una strada. Una porta. La casa di Giovanni Lindo Ferretti.

(caricamento...) [video in collaborazione con Matteo William Salsi]

Uomo delle parole, artista, scrittore, cantore, pensatore contemporaneo. La sua voce è stata la voce dei CCCP Fedeli alla Linea, gruppo punk filosovietico. Erano gli anni Ottanta. Cantava: "La libertà è una forma di disciplina". Gridava: "E voi cosa volete?". Le strade di Berlino, i concerti. Poi i CSI, i PGR e altre musiche, altre parole. La sua mano ha scritto versi, poesie, libri, preghiere. Alcune sue pagine hanno il titolo Reduce, Barbarico. Nella terra d'Appennino è nato e qui ha fatto ritorno. Ha una stalla. Ha venti cavalli. Ha un cane sordo e cieco.

Oltre la soglia, le sue stanze. Fotografie in bianco e nero, immagini di cavalli, primi piani, paesaggi. Madonne e Santi. Libri, dischi, corde, quadri. La voce di Giovanni Lindo Ferretti. E fuori, il vento. È Febbraio. Giovanni Lindo vorrebbe nevicasse, che arrivasse la neve, l'esatto momento in cui tutto si attutisce e si materializza il silenzio. Perché il silenzio è raro, quasi impossibile. Perché il silenzio parla. Non tace.

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Stivali neri, una sigaretta nella mano destra. Un neo sulla fronte. Giovanni Lindo non parla, compone. Dosa le parole, le pause. Conosce le regole della lingua e del silenzio, le segue, le rispetta, per infrangerle tutte.
«Il silenzio non esiste. Più tu stai zitto, più aumentano le voci del mondo, il vento, la pioggia, gli animali. Tutto è narrazione. Solo che non sempre ci si accorge di questo racconto. Poi ora è subentrata questa meravigliosa follia dell'essere in contatto con tutto, di essere collegati, di sapere sempre tutto, che è l'estrema deriva: non sai più nemmeno cosa sta accadendo a te nel momento in cui ti sta accadendo. È un consumo dell'esperienza vitale».

Cade la cenere. Alle sue spalle, una finestra. Ancora vento, fuori.
«La scelta oggi del silenzio, dal punto di vista sociale, è un atto di arroganza e di ribellione. Nel momento in cui tutti ti chiedono di essere connesso, il fatto che tu ti disconnetta per entrare in un altra dimensione quotidiana pare un peccato di arroganza umana. Dicono: come? Tutta la fortuna è giocata sul fatto che ci stiamo connettendo l'uno all'altro, e tu ti sconnetti: chi ti credi di essere? Cercare il silenzio è indubbiamente un atto di ribellione».

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Giovanni Lindo porta i capelli rasati ai lati e una cresta.
«Quando sono tornato a vivere al Cerreto, il Cerreto ha avuto un impatto su di me travolgente. Mi sono tagliato i capelli e sono stato coi capelli rasi per molto tempo, per permettere ai pensieri di collegarsi più facilmente con la creazione. Vivere nel silenzio significa vivere in un ordine naturale che presuppone la quotidianità, la stagionalità, la dimensione dell'anno. C'è molta bellezza nella vita a lato, nella vita silenziosa. Non è uno sforzo intellettuale. Permette di apprezzare la meraviglia del vivere».

Campi aperti, pascoli. I giorni di Giovanni Lindo hanno odore di fieno e biada. Hanno rumore di zoccoli e nitriti. Hanno il nome di Tancredi, Kabul, Assenzio, Athos, Socrate. Lui è il cavallante. E i cavalli liberi, forti, fieri, suoi destrieri. Giovanni Lindo li cresce, li nutre. Per allevarli e addestrarli, ha una stalla. Per custodirne la tradizione e il mistero, ha una Fondazione. E intorno i monti, il crinale, gli alberi, il cielo.

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«Io vivo in un'enclave. Che è un paesaggio, e sono una catena di montagne, una serie di boschi, i fiumi. Ogni aspetto di questa enclave ha una sua voce e un suo racconto, perché niente è silenzio. È un racconto molto pacato, molto flebile, ha bisogno di attenzione per essere percepito. Ma qui parla tutto. Parlano anche i sassi, che sembrano la cosa meno capace di comunicazione. Parlano con tempi che sono i tempi geologici di un materiale inerte. Tutta l'enclave è un luogo di silenzio che racconta. La casa, la stalla, la chiesa, il cimitero sono i luoghi della socialità. I boschi, i fiumi, il cielo, le stagioni, i venti sono i luoghi della natura. E sia nella dimensione della socialità che nella dimensione naturale c'è un ulteriore parola che è la parola religiosa. La preghiera è la sedimentazione di un rapporto che risale all'origine della creazione».

Le preghiere di Giovanni Lindo sono quelle imparate da bambino. Sono le preghiere della sua casa, le preghiere domestiche.
«Mia nonna, che è stata la persona che ha pregato di più in questa casa tra quelle che ho conosciuto io, ha tenuto con le sue preghiere in piedi le case. La vera malta che tiene in piedi una casa nei secoli è la preghiera».

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Anche la sua voce è come malta. È calce, cemento, argilla. Giovanni Lindo forgia le parole. Brevi frasi. Essenziali. Vere.
«Mi ricordo un'intervista davanti alla finestra, trent'anni fa, quando è finita la storia dei CCCP e dico: io tutte queste parole le ho già dette, non ha senso di continuare a dirle. Io sento il bisogno di purificare le parole. Le parole devono essere di sostanza, devono essere pesanti, definite. Questo è un dono del silenzio. Il silenzio ti dona le parole giuste e dà il giusto peso alle parole. Uno che vive nella connessione continua e in un miliardo di parole, può anche dire tutte le cose nel modo giusto, ma le parole non hanno peso, perché il contesto toglie il peso che potrebbero avere. In un mondo in cui tutti parlano continuamente, le parole hanno sempre meno senso».

La quotidianità di Giovanni Lindo è fatta di poche parole. Parla con lo zio Francesco, si prende cura di lui. Va in bottega, chiede a Mara i consigli per i pranzi, le cene. Va al bar e trova Vera, la bambina più piccola di Cerreto.
«Le parole che scambio con lei tutte le mattine sono le parole più inutili e quelle più belle, perché Vera mi fa dei sorrisi inverosimili. Ha imparato come mi chiamo».

I nomi per Giovanni Lindo sono importanti. Nei suoi luoghi, ogni persona è un nome ed una finestra.
«Ogni persona che incontro merita una frase. La maggior parte delle frasi sono banali, ovvie, ripetitive ma comunicano il calore umano necessario per vivere in una comunità. Frasi indispensabili per la vita, che in questo contesto perdono sia la banalità che l'ovvio perché diventano l'esemplificazione del rapporto comunitario che c'è, che esiste.

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A volte Giovanni Lindo esce dalla sua enclave. Raggiunge Collagna, poi Castelnuovo Monti, poi Reggio Emilia. Ed è come se superasse un confine, una dogana. Raggiunge il palco, i palchi. Dà nuova voce e nuova musica alle sue parole. Canta tenendo gli occhi chiusi, trattenendo nello sguardo il suo pezzo di silenzio.
«Tenere gli occhi chiusi è una necessità. È essere concentrato sulla parole, sulla musica. Stare sul palco mi dà piacere. È un modo per raccontare, tramite le canzoni, il mutare di prospettive, il ritornare sui propri passi, la vita».

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Poi Giovanni Lindo torna tra le sue stanze, nella sua terra. Dove niente tace e tutto parla: ogni cosa dentro la sua casa è un racconto. Il silenzio di Giovanni Lindo è abitato da oggetti che parlano. Eco di chi ha attraversato queste stanze. Accanto a lui, una libreria di ferro e legno.
«Questa è la libreria che mi ha fatto mio fratello appena prima di morire. Questi ripiani sono ripiani occasionali. Avevo i libri ammonticchiati. Lui mi ha fatto una libreria tutta di ferro e voleva farmi i ripiani in vetro. Poi si è ammalato, ed è morto. Ed io non riesco a buttare via queste assi, che sono un rimedio che abbiamo fatto io e lui in due ore. Se tu le guardi, dal punto di vista estetico, senza sapere del racconto, pensi: perché non le hai messe più belle? Ma sono l'ultima cosa che ha fatto mio fratello in casa e sono un vero racconto».

Altri ricordi.
«Quando ho rifatto la casa, mi hanno detto: tiriamo via la scala. Io ho detto: la scala non si tocca. La scala è il papà. Quella scala di marmo è l'ultima cosa che ha fatto mio padre prima di morire. Quella scala è il papà che rimane. E ogni volta che faccio gli scalini, cioè tutti i giorni per tutta la vita, io penso che quella è l'unica cosa che ho vera di mio padre, l'ha fatta lui».

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Gli occhi di Giovanni Lindo sono ancora occhi di ragazzo. Accolgono e rivelano. E nella sua isola, il silenzio non è solo contemplazione. Il silenzio è un fare. È allevamento, doma. È gestualità, operosità di mani. È costruire, preparare il cibo, riparare ciò che si è rotto. È la sepoltura di chi si è amato. È la cura del tempo, è accudire l'ultimo vecchio di casa, perpetuare gli antichi riti. Ricordare volti, nomi, immagini di viaggi, traversate e ritorni. È salvare parole. Creare. Scrivere. Ascoltare. Aspettare la neve.

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Meglio di un Romanzo rientra nelle azioni del progetto Diciotto+, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo.

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