Isole di silenzio: Tra le stanze di Massimo Recalcati

11 7 2017

Isole di silenzio: Tra le stanze di Massimo Recalcati

L'ultima parte del lavoro scelto dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Le cinque puntate di Isole di silenzio, il lavoro di Melissa Magnani scelto nel 2016 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo, in questi mesi hanno presentato sul nostro sito «storie di uomini e donne che hanno fatto scelte radicali, con un ritorno all’essenziale, ad un vivere sobrio, ad un rapporto semplice e puro con la parola». Dopo averci guidati nella quiete del Monastero Benedettino di San Raimondo, nell'enclave appenninica del cantautore Giovanni Lindo Ferretti, nelle stanze della Casa Madonna dell'Uliveto e negli eremi di Viviana Rispoli e Jean Baptiste, nella sesta e ultima parte del suo lavoro, che insieme alle altre storie sarà oggetto di un incontro a più voci al prossimo Festival, l'autrice ha intervistato lo psicanalista e filosofo Massimo Recalcati, chiudendo idealmente il suo itinerario in queste isole lontane e incredibilmente vicine.

CUSTODIRE SILENZI
[di Melissa Magnani]

Isole di silenzio è ora un arcipelago. Ha cinque storie, cinque nomi, cinque voci del silenzio. Cinque isole. Cinque fari nei mari segreti dell'Emilia Romagna, lungo una linea che viaggia da Piacenza a Bologna. Cinque incontri dentro cinque spazi, luoghi intimi di chi vive lontano dal rumore: un monastero, una stalla, una sagrestia, una collina, un eremo.

Ora, parla il silenzio, in un punto esatto nel centro di Milano. Dove abbandonare i rumori è oltrepassare una soglia, lasciare alle spalle il cemento, i semafori, gli attraversamenti pedonali. È aprire una porta di legno, entrare in un chiostro, salire una scala. Terzo piano. Interno numero 1. Il silenzio è una stanza, un lettino, una poltrona, scrivanie e libri, carte, inchiostri, titoli affiancati gli uni agli altri, linee di nomi e autori. Il soffitto ha finestre verso il cielo, luce grigia. Piove anche dentro i quadri appesi alle pareti.

Massimo Recalcati abita questi spazi. Psicanalista, autore, scrittore. Parla lentamente. Il tempo, nel suo studio, è scandito da parole, pause, sguardi. Oltre i vetri continua ad esistere Milano.
«Non siamo in un eremo. Il luogo della psicanalisi non è un luogo eremitico. La psicanalisi custodisce il silenzio nel centro della città, è un luogo estimo rispetto alla città, dentro la città, e pure fuori dalla città. Poiché quando una persona entra, entra in un luogo del silenzio che accade nella città».
Esistono rumori. Lievi, opachi, al di là delle pareti.
«Tutto ciò mostra che questo silenzio non è separato dalla vita, ma è un silenzio imbevuto dalla vita. Il nostro spazio non è uno spazio isolato dalla vita, lontano dalla vita».
Il silenzio è vita che accade.
«Il silenzio è un evento del corpo. Non è la cancellazione del corpo. Ci sono silenzi, come quelli tra innamorati, o quelli che possono unire un padre e un figlio, che sono pieni di corpo, pieni di vita».

È un'isola di silenzio lo studio di Massimo Recalcati. La sua voce accompagna. Tace. Lascia che la sofferenza trovi la sua voce.
«Là dove si soffre, la verità parla, parla attraverso la sofferenza, che è un luogo del silenzio. Per cui in fondo la psicanalisi dà parola al silenzio della sofferenza, mette in forma di parole ciò che sfugge alla parola, cioè la dimensione dolorosa, reale della sofferenza».
Offre ascolto. Onora la parola. Tacendo, rispetta.
«Solo il silenzio onora profondamente la parola. L'evento della parola è tale solo se è ascoltato, solo se c'è qualcuno che ascolta la mia parola, se la mia parola non cade nel vuoto, non cade nel nulla. La condizione per cui la parola non cada nel nulla e non si perda nel vuoto è l'offerta dell'ascolto. Ma l'offerta dell'ascolto implica il silenzio».

L’analista, come diceva Lacan, custodisce il silenzio. Lo protegge. Dona al silenzio il suo spazio. Non è silenzio degli interstizi, non è silenzio di angoli o fessure. È silenzio ampio, respiro. Lievita nella stanza, cresce. L'analista non dà responsi, né giudizi. Tiene il silenzio là dove il paziente attende una risposta. Lascia che la parola prenda forma, sostanza. Come una veglia, un’attesa.
«Il silenzio dell'analista mette in luce anche ciò che non può essere detto dalla parola. Mette in evidenza la sfasatura, l'incompatibilità che c'è tra l'essere e la parola. Quando noi invitiamo il soggetto a dire tutto di sé, senza operare censure, senza operare filtri logici, l'esperienza che il soggetto fa regolarmente nell'analisi, pur potendo dire tutto di sé, perché non sarà giudicato e non ci sarà nessuna domanda, è l'esperienza di non riuscire mai a dire il proprio essere. Fa esperienza di uno scollamento tra il suo dire e il suo essere. Non riesce mai a dire veramente quello che vorrebbe dire. Il silenzio consente al soggetto di incontrare quella faglia, quella differenza, che separa e mantiene separato l'essere dalla parola».

Il silenzio tocca il mistero, l’enigma. S'immerge nei limiti del linguaggio. Dà voce all’essere, a un’esistenza che sfugge i simboli, gli alfabeti, tutte le possibilità di avere un nome. È indicibile, imperscrutabile. Impenetrabile. Coincide con il mistero della vita, con il mistero della morte. Come l’arte. Come la poesia.

«Qui è il punto di contatto tra la psicanalisi e l'arte. L'arte tocca l'irrappresentabile, l'irraffigurabile, l'inesprimibile. La psicanalisi va a toccare quell'essere, che per Lacan è un essere fatto di godimento, cioè l'essere pulsionale del soggetto, che non entra nel linguaggio, che non può essere padroneggiato dal linguaggio. Quindi il soggetto sperimenta, grazie al silenzio, l'eccedenza del reale rispetto al simbolico. E qui è il punto in cui silenzio dell'analista assomiglia alla morte. Nelle analisi avanzate si fa questa esperienza. C'è qualcosa che manca nell'altro. L'altro non ha la risposta all'enigma della vita e della morte. E spetta quindi al soggetto trovare il suo modo di entrare in rapporto con questo enigma. Sono le due facce del silenzio. La prima è la faccia simbolica: il silenzio come ospitalità e offerta di parola. La seconda è il silenzio come incarnazione dell'irraffigurabile, dell'inesprimibile, dell'indicibile, cioè dell'assoluto della morte e dell'assoluto della vita».

Il silenzio custodisce le vibrazioni dell'assoluto. Sfiora e preserva ciò che non si può dire. Ciò che esiste, ma non ha nome. Il segreto, l'enigma. Il silenzio non ha confini. Vive anche dentro la città. Respira dentro questa stanza, che ha argini di libri e cemento. Questa isola, che porta nella città il silenzio, lo cura, lo illumina. Lo custodisce. Lo porta in salvo.

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Meglio di un romanzo rientra nelle azioni del progetto Diciotto+, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo.


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