Restituire il volto di chi parte

27 11 2017

Restituire il volto di chi parte

Il "cuore intelligente" dell'opera di Alessandro Leogrande

Attraverso le sue parole, Alessandro Leogrande (Taranto, 1977-2017), la cui improvvisa scomparsa ci addolora profondamente, era riuscito nel compito, non semplice, di aprire uno spazio narrativo in grado di trascendere, e forse redimere, la grossolana brutalità che accompagna il dibattito sulle migrazioni del nostro tempo. Un ampio focus che il Festival ha dedicato nel 2016 al tema portava, tra le tante, anche la sua impronta, perché da giornalista, e prima ancora da figlio di un Mezzogiorno pieno di cicatrici vecchie e recenti, uomo di fede, azione e lucidità intellettuale, Leogrande sapeva davvero interrogarsi sul volto dei nuovi vinti che continuano a non trovare spazio e comprensione nella narrazione mediatica.

La sua era una letteratura senza orpelli, che andava dritto al cuore del "problema migratorio", analizzando le sue geografie e svelando le sue aberrazioni; ma soprattutto raccontando i terrori e le speranze di quelle moltitudini di esseri umani che ogni giorno attraversano i nostri mari, abitano nei nostri Centri di identificazione ed espulsione, lavorano in condizioni miserevoli nelle nostre campagne. «Tutte le persone che ho incontrato ­– aveva dichiarato in un’intervista ai volontari della nostra redazione poco dopo l’uscita del suo La frontiera, in cui ha raccolto le testimonianze di migranti in fuga dalla loro terra d’origine – ­non potevano tornare indietro, non avevano un orizzonte biografico, familiare, una propria casa dove tornare. Questa è una questione essenziale, perché quando si dice "ributtiamoli indietro, aiutiamoli a casa loro" si pronuncia una frase del tutto priva di senso. La dimensione essenziale, che tiene insieme tutte le storie, è che chi si imbarca su un barcone, rischiando di morire per giunta pagando, lo fa perché non ha nessuna alternativa».

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Di qui l'esigenza di allargare i confini e legare fatti ed emozioni in una narrazione coerente e partecipe, come era ben emerso anche nel suo incontro insieme a Giorgio Fontana, al fine di restituire il volto di chi parte e non ha neanche il diritto d’essere chiamato per nome. «Se i viaggi dei profughi costituiscono una delle domande fondanti della nostra contemporaneità, credo che il compito della scrittura sia quello di capire qual è il modo giusto di riportare delle voci che generalmente non vengono riportate. Perché anche nella migliore delle ipotesi, l’immagine che abbiamo di chi sta viaggiando in questo momento è un’immagine muta, silente, pietistica. Questo sguardo pietistico è privo di parole: sono immagini mute che corrono sullo schermo. E invece la vita è piena di parole, piena di sogni, di urla, di incazzature, di ripensamenti, di vite complicate che premono e che muovono verso tutto questo. Uno può ovviamente fare i paragoni storici che vuole, però il punto essenziale è che c’è una dimensione umana fortissima che va afferrata e va restituita».

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