"Carina/diventi tutti i giorni più carina", cantava Fred Buscaglione, ma cosa significa e sottintende questo vocabolo talmente abusato da diventare quasi vacuo? In un mondo iperconnesso dove la massima espressione del cute, del kawaii, sono le foto dei gattini sul Web, la forza assertiva di un bello o brutto lascia spazio alla effimera frivolezza di una parola che "si distingue per la rimozione di ogni contrasto, per la sua voglia di perdersi rispetto alle connotazioni e di smantellare ogni solido pilastro: quanto è carino elude le dicotomie, disprezza le opposizioni, non si cimenta nelle contese". Il filosofo Simon May (Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili) ha elaborato una teoria che lega il termine al tempo presente, sviscerandone il lato più subdolo, simbolo dell'indeterminatezza attualmente imperante e di "un'estetica senza pretese di autenticità". Lo incontra la scrittrice e filosofa Lucrezia Ercoli.

L'autore parlerà in inglese, con interpretazione consecutiva in italiano.

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