È tutto vero, è tutto vivo
5 9 2019
È tutto vero, è tutto vivo

Guidati dalla voce di Margaret Atwood, tra sopravvivenza e speranza, distopia e realtà

Margaret Atwood arriva luminosa in Piazza Castello, accogliendo con un sorriso fresco ed energico il pubblico, che contraccambia in stile coreograficamente pop indossando in massa il famoso copricapo bianco dell’ancella, distribuito all’ingresso. Letteratura come elisir di eterna giovinezza? Alberto Manguel non glielo ha chiesto, ma tutti se lo sono domandati. Sono trascorsi ormai 32 anni dall’uscita di The Handmaid’s Tale e la Atwood chiarisce immediatamente che, se all’epoca vigeva la confidence di star voltando le spalle agli scenari narrati nel romanzo, oggi invece la sensazione è che il moto si sia convertito in avvicinamento.

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Estrema e tangibile è quindi l’attualità del tema trattato: ne è la riprova il successo dell’omonima serie TV americana, girata mentre il Presidente degli USA veniva eletto, cambiando radicalmente la cornice dello show, riconcretizzando certi latenti timori in una parte della popolazione mondiale. Il ruolo di una distopia è quello di proporre ai lettori quadri per il futuro e suscitare in essi la domanda: “è questo il mondo in cui vorrò vivere"? La domanda si estremizza alla luce della crisi climatica: così la Atwood ci invita a chiederci se vorremo viverci, in un mondo.

Non si tratta affatto di abbandonarsi a catastrofismi: il germe del cambiamento si nutre di speranza ed il perdurare della speranza è intrecciata alla fibra umana. Lo scrittore è, per la natura della sua professione, privilegiato. Non ha bisogno di andare a ricercare briciole di speranza sparse qua e là nella sua storia, per ricomporle eroicamente: la sua speranza galleggia sulla superficie delle cose che intercetta e trasuda da quelle che crea. Scrivere è un gesto di speranza, presuppone la possibilità che una condivisione si realizzi, che delle anime siano toccate, che delle parole siano capite e che altre siano fraintese, che ci sia un interlocutore, che ce ne siano molti, che una umanità sopravviva.

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È solo quando i tempi si irruvidiscono che la sopravvivenza torna ad essere una questione centrale: il cambiamento climatico è minaccia per il pianeta, a livello ecologico ma, in una piega secondaria (seppur socialmente cruciale), anche a livello politico: una società esasperata dalla non-comprensione della ri-organizzazione su più livelli del sistema planetario non contempla la realizzazione della pace tra i suoi abitanti. Se la letteratura può certamente essere uno strumento di sopravvivenza, saranno tuttavia concrete scelte radicali e volontà politica a livello globale a determinare quella della nostra specie.

A livello locale, risposte e proposte elastiche e moderne spuntano: la Atwood ne elenca alcune (https://www.ecosia.org/ , https://www.drawdown.org). Tra l’onirico e il poetico il progetto “Future Library of Norway”: oltre il 59° parallelo qualcuno ha fiducia che, fra un secolo, esisteranno ancora lettori, esisteranno ancora alberi, esisteranno ancora manoscritti, esisteremo ancora noi.

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Letteratura highlander, viaggiatrice nel tempo: accompagna con sé i lettori, aggrappati ai personaggi con cui si relazionano e dà loro voce. La Atwood è personalità fondamentale della letteratura degli ultimi cinquant’anni perché è stata in grado di creare immaginari vividi in cui è possibile gettarsi e attraverso i quali ogni minoranza può permettersi di urlare. Quando il nemico crollò insieme al muro di Berlino nel 1989, il sospiro di sollievo degli USA li fece scivolare indietro, risvegliandone le radici teocratiche e puritane. Che se ne farebbero del potere suprematisti bianchi e integralisti religiosi di facciata? Dal tentativo di dare una risposta, Il Racconto dell’Ancella prende vita, intrecciando e rimescolando elementi della storia umana, da 4000 anni a questa parte.

In questo scenario di scrittori che sono gatti oppure volpi - dove il gatto è furbo perché inganna assai bene con un sol trucco, mentre la volpe lo è di più perché di trucchi ne ha tanti - la Atwood si colloca nella categoria delle volpi: detentrici di capacità poliedriche e fluide, ma alla fine l’uva non se la mangiano. Alberto Manguel la incalza: «Come volpe, però, mi pare tu te la stia cavando bene!». Sorriso. «Sì, ma la fiaba non è ancora finita!».

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