Il Sessantotto incompreso

10 9 2018

Il Sessantotto incompreso

Cosa non abbiamo capito delle proteste nell'Europa dell'Est

Cinque decenni ci separano dal Sessantotto, l’anno della contestazione, l’anno dei movimenti di massa, delle rivolte operaie, delle manifestazioni studentesche, delle battaglie per i diritti civili, che – in forme diverse – ha scosso il mondo intero. Tutto il mondo, compreso l’Est Europa sotto il controllo sovietico. Come dimenticare la Primavera di Praga e la tragica morte di Jan Palach, le violenze della polizia contro gli studenti a Belgrado, la repressione di stampo fortemente antisemita delle manifestazioni nelle università della Polonia? Eppure il Sessantotto della Cecoslovacchia, della Jugoslavia e della Polonia è stato a lungo incompreso dalla maggior parte dei movimenti studenteschi occidentali. Strano, perché a ripensarci oggi «nella storia d’Europa dei decenni successivi, il ’68 non ci appare tanto rilevante per quel che avvenne a Parigi oppure a Torino, a Berlino, a Milano o a Trento, quanto per i traumi e i rivolgimenti che segnarono quell’area dell’Europa "sequestrata" dall’impero sovietico», afferma lo storico Guido Crainz nel saggio Il sessantotto sequestrato (Donzelli, 2018).

Una risposta Crainz l’ha cercata proprio a Festivaletteratura, domenica 9 settembre, in un dialogo con l’autrice bosniaca Diana Bosnjak Monai, il giornalista polacco Wlodek Goldkorn e lo scrittore ceco Patrik Ouředník. Appartenenti a generazioni diverse, tutti e tre gli autori hanno vissuto il Sessantotto in modo diverso ma per ognuno di loro è stato un anno fondamentale, che si è intrecciato profondamente con la propria storia personale; perché – come sottolinea Crainz – «In una dittatura nulla è personale, tutto è collettivo, tutto è politico».

«Io sono nata dopo il Sessantotto», spiega Diana Bosnjak Monai, autrice di Da Sarajevo con amore. Diario dell’assedio, resoconto degli anni della guerra civile in Bosnia-Erzegovina ricostruiti attraverso le testimonianze di suo nonno, «però è stato un anno fondamentale per la mia esistenza, perché i miei genitori si sono incontrati proprio in un’università occupata». Diverso è stato per Goldkorn e Ouředník: il primo costretto all’esilio ancora sedicenne con la sua famiglia; il secondo adolescente nella Cecoslovacchia degli anni Settanta, nel pieno della normalizzazione che dopo l'occupazione militare aveva messo fine a tutte le speranze del Sessantotto. «La vita di un ragazzo in questi posti era veramente soffocante, – afferma Ouředník – te ne accorgevi quando incontravi dei giovani turisti italiani o francesi. Loro venivano in vacanza da noi perché erano innamorati del comunismo. Di fronte alle nostre obiezioni cercavano di convincerci che fosse solo un problema di applicazione, ma era molto di più».

A voler semplificare, uno dei punti cardine che distingue il Sessantotto occidentale da quello sovietico è stato proprio il sentimento verso il comunismo: a ovest si sogna la rivoluzione sovietica, a est c’è una controrivoluzione che aspira alle libertà individuali del capitalismo. Ma la realtà è stata senz'altro più complessa. Secondo la tesi "generazionale" di Goldkorn, infatti, il Sessantotto fu una forma di ribellione che interessò un’intera generazione, al di là di quali fossero gli ideali per cui si scendeva in piazza: come sosteneva Marx: «Gli uomini fanno la Storia ma la fanno con il materiale che hanno a disposizione»; ecco perché le rivolte interessarono sia Est che Ovest ma con scopi completamente opposti. Quello che è certo è che il Sessantotto dell’Est Europa fu fondamentale per la storia dei decenni successivi: solo qui la contestazione assunse quei toni fortemente nazionalisti e indipendentisti che diedero inizio alla deflagrazione della Jugoslavia. Se oggi l’Europa ci appare come la conosciamo è merito di quei sessantottini incompresi, che cinquant’anni fa scesero in piazza a Praga, Sarajevo, Varsavia per far sentire la propria voce, pagando talvolta con la propria vita.

Festivaletteratura