La passione dell'architettura
17 3 2020
La passione dell'architettura

L'incontro tra Vittorio Gregotti (1927-2020) ed Emilio Tadini a Festivaletteratura, sulle orme di Palladio e dei maestri del progetto

C'è voluto un po' di tempo per ritrovare traccia di questo bell'incontro tra gli scaffali del nostro archivio, ma grazie a una delle vecchie, preziosissime registrazioni in cassetta di una volta, abbiamo avuto modo di fare nuovamente ritorno a Mantova nel 2000, in un viaggio nel tempo tra le stanze del Palazzo della Ragione. Era un felice giorno del Festival numero quattro: da una parte sedeva un gigante dell'architettura del secondo Novecento; dall'altra un famoso pittore, scrittore e traduttore nella veste di intervistatore.

Allora come oggi, Vittorio Gregotti ed Emilio Tadini non hanno certo bisogno di presentazioni. Il primo, in particolare – che purtroppo si è spento domenica scorsa – è stato uno dei decani dell'architettura e dell'urbanistica in Italia, autore di centinaia di progetti tra spazi museali e residenziali, edifici di culto, teatri, stadi e poli universitari, che sono entrati negli annali della disciplina (il quartiere Zen di Palermo, gli stadi di Genova, Barcellona, Nîmes e Marrākesh, il Teatro degli Arcimboldi a Milano sono solo alcuni dei tanti esempi). All'epoca dell'incontro era appena uscito per Laterza Sulle orme di Palladio; più che un libro di teoria dell'architettura, «una specie di manuale ad uso dei giovani architetti», come ebbe a definirlo Tadini. Fu il punto d'avvio non tanto di una celebrazione delle molte esperienze professionali dell'architetto novarese, quanto di una riflessione sulle costanti del suo approccio alla progettazione, a partire da ciò che sia un giovane architetto che un lettore comune sentono come l'elemento indispensabile per ogni progettista, ovvero «la passione del formare per tutti gli altri», la necessità di individuare nell'arte della costruzione la pratica, la pazienza e il ripensamento continuo.

Dopo cinquant'anni di grandissime incertezze nel campo della cultura architettonica («che cosa sia oggi un architetto è un grande interrogativo»), con l'emergere di idee tra loro contraddittorie e posizioni molto diverse, Gregotti rivendicava l'esempio dei classici come Andrea Palladio, la necessità di tenere dei punti fermi tanto nella riflessione che nella pratica. Rivendicava insomma nell'architettura di ogni tempo ciò che nell'opera del grande maestro rinascimentale era chiarissimo, ovvero la fusione tra «l'impegno da muratore molto pressante, molto preciso», alla massima apertura culturale possibile.

«Mi sono chiesto – chiosava Gregotti – perché per tutta la vita, in fondo, oltre che fare l'architetto in senso pratico, ho fatto sempre il direttore di riviste, ho scritto, insegnato, collaborato con dei giornali... Perché tutta questa attività, quando tutto sommato nessuna di queste attività isolata mi piacerebbe fare? A me piace fare l'architetto, ma trovo che questa riflessione, questo "tormentone della riflessione teorica" è un elemento indispensabile per fondare un certo tipo di architettura, per mettere qualche base o per stabilire qualche obiettivo rispetto a quello che si costruisce. Questo rapporto tra pratica e teoria non è detto che possa essere un'esigenza che tutti sentono in modo così esplicito. Però, nel mio caso specifico – forse perché ho avuto come maestro un uomo come Ernesto Rogers che aveva veramente questo ideale di tenere connessi gli aspetti teoretici che riguardano l'architettura e i suoi aspetti pratici, forse perché la mia ammirazione è sempre andata a questo mondo rinascimentale nel quale pratica e teoria sono sempre state messe sullo stesso piano – non sono mai riuscito a fare a meno di scrivere, e quindi anche di polemizzare, di avere posizioni che sono state molto scomode durante il percorso della mia vita».

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Festivaletteratura