Akšam
Elvira Mujčić
s., dal bosniaco
Festivaletteratura Crepuscolo serale

Akšam (s.m.) è un termine di derivazione turca e significa crepuscolo serale. Designa quel lasso di tempo che va dal tramonto del sole al sopraggiungere del buio effettivo. Non è l'unica parola bosniaca per indicare il crepuscolo, il suo sinonimo sumrak è più esplicativo e evidente, poiché sta a denotare il quasi buio (su- quasi, mrak-buio).

Akšam è anche l'ora della quarta preghiera giornaliera per i musulmani, è il momento tanto atteso durante il mese di Ramadan, per questa ragione non passa mai inosservato, bensì è accompagnato dal richiamo del muezzin.

Nel mio dizionario affettivo akšam è un tempo fuori dal tempo: non è più giorno e non è ancora notte, è qualcosa in mezzo, indefinibile e libero, colmo di possibilità, gravido di fantasmi. È l'esilio, è la fine, ma anche l'inizio.

Quando ero piccola e giocavo in strada, al richiamo del muezzin, le madri e le nonne si affacciavano alle finestre o si sporgevano dai cortili, gridando: a casa, è akšam!

L'aria si colorava di sfumature violacee, dal fiume saliva lenta l'oscurità e noi bambini sapevamo di non doverci affrettare subito, perché il tempo dell'akšam era il nostro quarto d'ora accademico di gioco, una sbavatura ribelle e sfuggente, un tempo concesso in più e quindi ancor più prezioso.



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