Exil
Benjamin Stein
s., dal tedesco
Festivaletteratura esilio

Die Familiengeschichten, soweit sie mir in meiner Kindheit erzählt wurden, waren geprägt von der Exilerfahrung meiner Urgroßmutter und ihres Sohnes, meines Großvaters. Nach der Ermordung meines Urgroßvaters waren sie 1933 in die Sowjetunion geflohen und hatten so überlebt. Nach dem 2. Weltkrieg kehrten sie als überzeugte Kommunisten in die sowjetische Besatzungszone Deutschlands zurück. Die zwölf Jahre in der Fremde hatten beide sehr geprägt. Besonders mein Großvater lebte mit und in zwei Sprachen, und oft hatte man den Eindruck, dass er nicht genau wusste, welches Land er wirklich als seine Heimat betrachtete, oder ob ihm das Heimatgefühl nicht vielleicht gänzlich abhanden gekommen war. Der Staat, an dessen Aufbau sich beide aktiv beteiligten, sorgte dann allerdings dafür, dass in den Jahrzehnten bis 1989 noch viele andere die Erfahrung des Exils machen mussten.
Im Jahr 1962 wurde an der Ostberliner Friedrichstraße ein Gebäude eingeweiht, das wie vielleicht kein anderes als Symbol für Trennung von der Heimat steht. Es handelte sich um einen Pavillion, der als Eingangsbereich für die unterirdischen Grenzübergangsanlagen des Bahnhofs Berlin Friedrichstraße diente. DDR-Bürger durften ihn in aller Regel nicht betreten. Zutritt hatten nur Bürger anderer Staaten und die Auserkorenen DDR-Bürger, die ein Visum zur Ausreise erhalten hatten. Wie zum Hohn war der Pavillion mit einer gläsernen Fassade ausgestattet, so dass man die drinnen auf die erste von etlichen Kontrollen wartenden Reisenden sehen konnte. Über diesen Grenzübergang verließen jene die DDR in Richtung Westberlin, die einen Ausreiseantrag gestellt, sich also für das Exil entschieden hatten oder dazu gedrängt worden waren. An diesem Grenzübergang verabschiedeten sich Besucher aus Westberlin von ihren Verwandten, die sie in Ostberlin besucht hatten. Hier küssten sich zum Abschied - oft erst kurz vor Mitternacht, dem Ablauf der jeweiligen Besuchserlaubnis - auch Liebespaare, die die Mauer trennte. An der Tür war die letzte Gelegenheit für eine Berührung. Durch das Glas der Fassade konnten sie einander noch sehen.
Berliner geben den Bauwerken ihrer Stadt gern Spitznahmen. Da gibt es unter anderem den Telespargel (Fernsehturm) oder auch die Nuttenbrosche (Springbrunnen auf dem Alexanderplatz). Der Glaspavillion an der Friedrichstraße bekam den Spitznamen Tränenpalast, und so heißt das Gebäude, heute ein Museum, noch immer.

Le storie della mia famiglia, così come mi sono state raccontate nella mia infanzia, erano fortemente caratterizzate dall’esperienza dell’esilio della mia bisnonna e di suo figlio, mio nonno. In seguito all’omicidio del mio bisnonno, nel 1933 erano fuggiti in Unione Sovietica ed erano così riusciti a sopravvivere. Dopo la seconda guerra mondiale fecero ritorno come comunisti convinti nella zona di occupazione sovietica della Germania. I dodici anni trascorsi in terra straniera avevano segnato entrambi in maniera indelebile. Mio nonno, in particolare, visse con e in due lingue e spesso dava l’impressione di non sapere bene quale paese considerasse la sua vera patria o di aver perso quasi del tutto il sentimento patrio. Lo Stato, alla cui costruzione parteciparono attivamente entrambi, fece tuttavia in modo che nei decenni fino al 1989 ancora molti altri vivessero l’esperienza dell’esilio.
Nel 1962, nella Friedrichstraße a Berlino Est, venne inaugurato un edificio che forse come nessun altro incarna il simbolo della divisione della patria. Si tratta di un padiglione che fungeva da area di accesso alle strutture sotterranee per l’attraversamento della frontiera della stazione ferroviaria di Berlin Friedrichstraße. I cittadini della DDR non erano tuttavia autorizzati a entrare. Potevano accedervi solamente i cittadini di altri Stati e i cittadini eletti della DDR che avevano ottenuto un visto per uscire dal paese. A mo’ di scherno, il padiglione era dotato di una facciata di vetro, che consentiva a chi stava fuori di vedere i viaggiatori che, all’interno del padiglione, attendevano di superare i primi di una serie di controlli. Attraverso questo valico di frontiera lasciavano la DDR diretti a Berlino Ovest tutti coloro che avevano fatto domanda di espatrio, vale a dire coloro che avevano optato per l’esilio o che erano stati costretti a sceglierlo. A questo valico di frontiera i visitatori provenienti da Berlino Ovest si congedavano dai propri parenti dopo aver fatto loro visita a Berlino Est. Qui si scambiavano un bacio di addio – spesso poco prima della mezzanotte, ora in cui scadeva il permesso di visita – anche le coppie di innamorati divisi dal muro. A quella porta veniva offerta un’ultima occasione di contatto. Attraverso il vetro della facciata si potevano ancora vedere un’ultima volta.
I berlinesi amano affibbiare soprannomi agli edifici della loro città. Tra questi si annoverano ad esempio il Telespargel (“teleasparago”, la torre della televisione) o anche la Nuttenbrosche (“spilla della prostituta”, la fontana zampillante di Alexanderplatz). Al padiglione in vetro sulla Friedrichstraße è stato dato il nomignolo di Tränenpalast (“palazzo del pianto”), e ancora oggi che è un museo l’edificio ha mantenuto questo nome.



Festivaletteratura

con il sostegno di

Festivaletteratura