Traggediaturi
Santo Piazzese
s., dal siciliano
Festivaletteratura persona dagli atteggiamenti teatrali

Il rapporto tra la Sicilia e la tragedia è così stretto da indurre i più pessimisti – o i più traggediaturi – tra i miei corregionali a considerare sinonimi i due vocaboli. La tragedia sembrerebbe la condizione naturale della Sicilia nel tempo. D’altra parte l’isola è sede di molti teatri antichi, i siti istituzionali per la rappresentazione della tragedia classica. Il vocabolo traggediaturi, tuttavia, nell’uso corrente, ha poco a che vedere con Eschilo, Sofocle, Euripide. L’essere traggediaturi è una precocissima condizione dello spirito, difficile da definire in modo univoco perché assume significati e sfumature non sempre coerenti tra loro. Nell’uso comune il traggediaturi è chi enfatizza, esasperandola, la comunicazione della componente emotiva del pensiero. Cioè introduce un differenziale drammatico tra il pensiero e la sua espressione verbale e gestuale.
Nell’ambiente mafioso al termine traggediaturi, si attribuisce il significato di mentitore. E nei codici di Cosa Nostra la menzogna è uno dei peccati capitali: beninteso quando ne è destinatario un altro affiliato. La cronaca giudiziaria ha dimostrato quanto questo codice sia di per sé un codice traggediaturi, nel senso mafioso. Paradossalmente, il modo più estremo di porsi che ha un traggediaturi è la forma siciliana del diniego, un suono che si può approssimativamente trascrivere ntz, modulato a labbra chiuse e senza muovere un solo muscolo del viso. Esprime vocazione al mimetismo e nello stesso tempo smaschera un Io ipertrofico. Noi siciliani amiamo definirci traggediaturi. Ma sempre esclusi i presenti.



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