Zadarnicie
Stelian Tanase
s., dal romeno
Festivaletteratura vacuità

Scurte observatii despre sentimentul zadarniciei la romani

Am ales cuvintul „zadarnicie” dorind sa exprim ceva esential din lumea romaneasca dar care s-ar integra unei perspective europene. Ptr lumea romaneasca zadarnicia este un sentiment definitoriu. Ea vine din constiinta lipsei universalitatii. Este efectul neputintei de a dura in fata istoriei. Zadarncia exprima marginalitatea. In lumea romaneasca nimic nu dainuie. O invazie militara straina, un cutremur, o epidemie sau inundatie de mari proportii distruge totul la intervale regulate. Este si motivul ptr care romanii probeaza un geniu inaugural, incep mereu ceva, o epoca, un mare edificiu, un regim, dar nu obisnuiesc sa incheie lucrarea. Au ratat modernitate de exemplu, ca si tot secolul XX etc. Nu reuseste sa duca la capat lucrurile. Nu pun punct din aceasta cauza trecutul nici nu e trecut, romanii traiesc intr-un prezent continuu intr-o perspectiva lipsita de sens.

Aici zadarnicia este un sentiment definitoriu care vine din neputinta sa in fata istoriei, de ex. a Imperiilor vecine. In lumea romaneasca nimic nu dainuie. Si daca nu sunt aceste catastrofe de care aminteam intervine Divinitea ptr a-l obliga sa ia totul de la inceput. Zadarnicia nu este o dimensiune individuala ci apartine intregii societati. Zadarnicia cupleaza cu absurdul existentei, ( tot o marca romaneasca, vezi Eugene Ionescu) cu pasivitatatea in fata vicisitudinilor vietii. Un exemplu clasic este Balada Mesterului Manole in care tot ce se costruieste ziua se naruie noaptea si este nevoie de sacrificarea sotiei mesterului ptr a opri manifestarea zadarniciei. Dar sacrificiul este perceput ca o pierdere, un esec, de aceea nefrecventat.

Emil Cioran scria in „Amurgul gindurilor „ Când treci însă gol prin faţa unei oglinzi, te pomeneşti menit pieirii, căci trupul e un zăcământ de zădărnicie, în care mucegăieşte gândul nemuririi.„ Zadarnicia are a face cu o viziune istorista asupra noua insine. Suntem pieritori, orice am face ajungem o mina de oase intr-un cimitir. Din aceasta cauza relativizarea lucrurilor, masura si umilinta trebuie sa prevaleze in raport cu o iluzorie maretie, sau caracterului presupus definitiv al lucrurilor, mai ales a operei omului inclinat mereu sa se minta singur, a vedea mai mult in loc de mai putin in ceea ce face/gindeste/zice. Dictionarele nu sunt prea sigure cind definesc termenul de zadarnicie. Zadarnicie poate insemna degeaba, inutil, fara sens, goliciune, dar si desertaciune, infumurare, vanitate, trufie. Cind acelasi Emil Cioran (in Indreptar patimas) scrie ca „Totul e zadarnic, afară de zădărnicie„ avem de a face cu o parafraza dupa Eclesiast “ O, deşertăciune a deşertăciunilor, ! Totul este deşertăciune. “ ( Ps 39, 5-6-) Vad aici ceva definitoriu nu numai ptr romani, care sau tiri prin istorie, dar pentru tot spatiul balcanic-bizantin. (vezi romanul meu Skepsis, editura trei 2012)

Brevi osservazioni sul sentimento di “vacuità” nei romeni

Ho scelto la parola “vacuità” perché desidero esprimere qualcosa che è insito nel mondo romeno ma che si potrebbe inquadrare in una prospettiva europea. Per il mondo romeno la vacuità è un sentimento distintivo. Essa trae origine dalla coscienza dell’assenza di universalità. È l’effetto dell’incapacità di durare rispetto alla storia. La vacuità esprime la marginalità. Nel mondo romeno nulla perdura. Un’invasione militare, un terremoto, un’epidemia o un’inondazione catastrofica distruggono tutto a intervalli regolari. È questa anche la ragione per la quale i romeni dimostrano di possedere un dono nel cominciare le cose: cominciano sempre qualcosa – un’epoca, un grande edificio, un regime – ma non sono soliti concludere il lavoro. Hanno mancato la modernità, per esempio, come pure l’intero XX secolo ecc. Non riescono a portare a termine le cose. Non mettono il punto finale e per questo motivo il passato non è neppure passato, i romeni vivono in un presente continuo, in una prospettiva priva di senso.

Qui la vacuità è un sentimento caratteristico, generata dalla sua impotenza nei confronti della storia, come per esempio nei confronti degli Imperi vicini. Nel mondo romeno nulla ha una continuità. E se non ci sono le catastrofi, cui accennavo prima, interviene il Divino che lo obbliga a ricominciare tutto dal principio. La vacuità non è una dimensione individuale ma appartiene all’intera società. La vacuità si somma all’assurdo dell’esistenza (altro marchio romeno, si veda Eugen Ionescu), alla passività rispetto alle vicissitudini della vita. Un esempio classico è rappresentata dalla Ballata di Mastro Manole nella quale tutto quello che viene edificato di giorno crolla di notte e c’è bisogno di sacrificare la moglie del mastro per evitare che si manifesti tale vacuità. Ma il suo sacrificio è percepito come una perdita, un fallimento, e per questo evitato.

Nel Crepuscolo dei pensieri Emil Cioran scriveva: “Quando si passa nudi davanti a uno specchio, ci si ritrova a pensare che siamo destinati a perire, poiché il corpo è un giacimento di vacuità, nel quale ammuffisce il pensiero dell’immortalità.” La vacuità ha a che fare con una visione storicistica proiettata su noi stessi. Siamo mortali: qualunque cosa facciamo, finiremo ridotti a una manciata di ossa in un cimitero. Per questa ragione la relativizzazione delle cose, la misura e l’umiltà devono prevalere in rapporto a una illusoria grandezza, o del carattere presuntamente definitivo delle cose, specie dell’opera dell’uomo incline costantemente a mentire a se stesso, a vedere di più e non di meno in ciò che fa/pensa/afferma.

I dizionari sono alquanto incerti quando devono dare la definizione del termine “vacuità” che può significare “invano”, “inutile”, “senza senso”, “nudità” ma anche “caducità”, “presunzione”, “vanità”, “superbia”. Quando lo stesso Cioran, in Îndreptar pătimaÈ™ (“Prontuario appassionato”), scrive che “Tutto è vacuo, all’infuori della vacuità” non fa che parafrasare un passo dall’Ecclesiaste (1, 2; 12, 8): “O, vanità delle vanità! Tutto è vanità.” Vedo qui qualcosa di caratteristico non solo per i romeni, che si sono trascinati nella storia, ma anche per tutto lo spazio bizantino-balcanico (si veda il mio romanzo Skepsis, Edizioni Trei, 2012)



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