Amos Oz, una retrospettiva

29 12 2018

Amos Oz, una retrospettiva

Lo scrittore israeliano, morto ieri a Tel Aviv, è stato protagonista di un ampio focus a Festivaletteratura 2010

«Ho fatto la pace con le tenebre», aveva affermato Amos Oz (1939-2018) nel primo incontro della retrospettiva che nel 2010 dedicammo alla sua opera letteraria. Del romanziere e saggista israeliano abbiamo amato moltissime pagine, al pari di tanti lettori che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo con noi a Mantova in quella serie di appuntamenti. Culminata in quel magnifico racconto autobiografico che è Una storia di amore e di tenebra, la sua narrativa ha aperto un sentiero di luce oltre le ombre della Storia, misurandosi con una costellazione di ricordi e chiaroscuri: quelli di un Paese, un kibbutz, un amore, un conflitto; soprattutto, una lingua. «Ho una grande fede nell’osservare le persone, nel guardarle non solo professionalmente, come scrittore, alla ricerca di personaggi o argomenti letterari, ma come un essere umano che osserva altri esseri umani. Tutti vi accorgerete che osservando attentamente gli altri non sarete mai disincantati o contrariati».

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Otto anni dopo, le domande del giornalista Luciano Minerva e le risposte di Oz risuonano ancora come un dono ai lettori in cerca di "parole ultime", di esperienze particolari che attraverso la lingua divengono mondo. Come tenebra e amore, appunto. C'è sempre un buio nascosto in un amore perfetto, c'è sempre uno spiraglio di luce in una guerra permanente. Non bisogna quindi raccontare per far cambiare idea a qualcuno – concluse Oz in quell'occasione –, ma per cercare di mettere ordine nel caos dell'esistenza, pur sapendo che, essendo contro il creato e contro Dio, si tratta di una lotta persa in partenza. Bisogna però sempre tenere presenti le ragioni di tutti coloro che nell'esistenza si scontrano fraintendendosi.

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Altri due straordinari incontri completarono la retrospettiva: quello con Marilia Piccone, dedicato all'amore nell'opera del grande autore israeliano, e quello con Lorenzo Pavolini (che si può ascoltare qui), dedicato all'idea di comunità.

Va senz'altro ricordato anche il bellissimo Censored Voices, un documentario incentrato sulle testimonianze dei soldati israeliani raccolte nel 1967 da un gruppo di giovani dei kibbutz – allora guidati dallo stesso Oz e e dal giornalista Avraham Shapira – poco dopo la conclusione della Guerra dei sei giorni, che come ogni pagina della Storia conserva tutto il suo carico di luce e ombra. Il film – che verrà riproposto per tutto il 2019 nell'ambito del tour di Pagine Nascoste organizzato insieme a CineAgenzia – svelò per la prima volta integralmente quelle registrazioni, che l’esercito israeliano aveva censurato, mettendo oggi a confronto le parole di allora con chi le raccolse e chi le pronunciò.

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Parole dure e folgoranti, che hanno segnato altrettante pagine memorabili di Oz, come quelle crepuscolari, e nello stesso tempo illuminanti, che vi riproponiamo in chiusura. Sono tratte da Finché morte non sopraggiunga e sono state magistralmente tradotte in italiano da Helena Loewenthal:

«Conoscerete di sicuro l’odore delle strade sperdute nella notte, in Galilea, nella valle di Beth Shean, nel Negev occidentale. Che triste, che lontano. Ci si sposta da un’oscurità all’altra su dei furgoni sporchi, gli autisti hanno mani massicce da contadini o sono stanchi operatori culturali. Le luci dei fanali sono estranee ai campi notturni e anche a se stesse. La velocità spacca l’aria buia e l’aria risponde con un lamento basso. Ogni tanto passa una creatura della notte, attraversa la strada deserta, viene catturata dal fascio di luce, rabbrividisce, fugge.
I freni strillano e tu, la testa ti sbatte contro il vetro.
Poi il silenzio, il vento e l’odore delle tenebre. Capita che ti prenda uno sgomento improvviso: lo sconosciuto conducente potrebbe anche aggredirti, strozzarti. La terra capovolgersi su di te. Una stella cadere dall’alto. Mah. E così, un’onda cieca di fervore ti travolge e tu cominci ad aspettare intensamente la luce, una folgorazione, qualcosa dovrà pur succedere, una qualche rivelazione non può mancare, una formula, una combinazione abbagliante, un’intenzione, insomma, non è possibile che tu sia nato e che tu muoia senza aver vissuto neanche una folgorazione, senza che ti sia mai capitata una luce intensa» (da Finché morte non sopraggiunga, trad. it. di Helena Loewenthal, Feltrinelli, 2018, p. 16).

Festivaletteratura