Oggi come dieci anni fa

6 9 2018

Oggi come dieci anni fa

Francesco Abate torna con le rocambolesche avventure di un gruppo di “trapiantati” in gita

Tra gli italiani che interverranno alla prossima edizione assume una particolare rilevanza la presenza di autori che arrivano al romanzo o al racconto dopo un percorso di successo nella scrittura per il cinema o per il teatro. L'interazione tra letteratura e altre forme espressive – cinema, musica, fumetto – sarà più esplicita nei bonus track, in cui coppie inedite di scrittori e artisti cercheranno di regalare qualcosa in più di un tradizionale evento letterario.


«Io non lo so, Francesco, se tu devi arrivare all’ultimo momento come Lady Gaga!». Con quest’apostrofe a Francesco Abate, Michela Murgia inaugura l’incontro. La coppia di amici celebra un anniversario: esattamente dieci anni fa, in occasione dell’uscita di Chiedo scusa (cronaca romanzata della sua vita prima e dopo il trapianto di fegato), Abate fu intervistato dall'autrice per la prima volta, proprio qui, a Festivaletteratura. Entrambi rammentano con nostalgia quell’incontro: lui indossa la stessa felpa, lei un vestito rosso molto simile (quello dell’edizione precedente – dice – non le sta più).

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Tra loro è un continuo botta e risposta. Abate, che Murgia chiama affettuosamente “zio” nel vernacolo cagliaritano, è per lei un amico, un compaesano, un testimone di nozze (anche se poi il matrimonio è naufragato), e un testimonial della sua campagna elettorale (persa). Qualunque cosa dirà di lui, precisa, il pubblico dovrà prenderlo con beneficio d’inventario.

E infatti Murgia fornisce subito una versione romanzata del loro primo incontro: lui, cordiale cronista di nera con gloriosi trascorsi da DJ; lei, più guardinga nella sua diffidenza di sarda per bene. Nel loro caso, la situazione d’emergenza ha sfrondato i convenevoli: quando, dopo una pizza (insieme alla moglie di lui, per togliere il dubbio che si trattasse di un appuntamento galante) lei gli chiede, con franchezza, che cose volesse, lui si appella alla sua condizione di sopravvissuto. Chi ha vissuto con la spada di Damocle della morte addosso per tutta la vita non ha tempo per le formalità. Gli annunciarono la sua fine per la prima volta a diciott’anni: «Non diventerai uomo». Di nuovo a quaranta: «Hai sei mesi». Contro tutti i pronostici, il suo momento non è ancora giunto, ma la vita di chi deve fare i conti con una malattia cronica (nel suo caso, l’epatite) è «come boccheggiare in un mare molto mosso».

In Chiedo scusa Abate aveva raccontato come un uomo possa salvare il proprio corpo e la propria anima tramite l’accettazione della sofferenza. A distanza di dieci anni, è tornato con Torpedone trapiantati, che Murgia definisce «uno spin-off del primo romanzo, ma in tono più leggero e scherzoso». Libro non scritto per ragioni editoriali, ma per risarcire i suoi amici di una mancata intervista con Gramellini, Torpedone trapiantati racconta le rocambolesche avventure di un gruppo di “trapiantati” in gita (come lui definisce i superstiti di trapianto). Prende spunto da una storia vera, un viaggio delirante con gli altri reduci alla riscoperta della loro terra, la Sardegna, a cui Abate è spinto controvoglia a partecipare dalla moglie. Affamati di cultura, dopo che la malattia ha precluso loro il contatto con la loro terra.

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Il libro non è solo la storia di un viaggio, ma la storia di un intreccio di relazioni tra persone diversissime, che in un’altra vita non si sarebbero né incontrate né piaciute, e che invece si ritrovano legate dall’essere scampate al disastro, a una morte annunciata e in certi casi attesa. Dice Murgia: «Ho invidiato la gita, e anche un po’ il trapianto: non si tratta di un pezzo sostitutivo, ma di un pezzo aggiunto». Abate racconta tanti aneddoti divertenti, ma con un sottotesto talmente profondo e vero da far commuovere (ha quello che Murgia definisce «il potere del doppio registro»). Dice di voler esorcizzare il male con le risate. Perché «ora basta piangere, è il momento di iniziare a ridere».

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I due autori spaziano avanti e indietro nel tempo, alternando momenti di riflessione a resoconti di vita personale: il rapporto con le loro madri, il sentimento di fratellanza che ha legato Abate a Severino Cesari, i vaccini (da aggiungere, non da togliere, per Abate), la fondazione dell’associazione Prometeo «perché nessuno si senta più così terribilmente solo e impreparato», le notte insonni trascorse ad aspettare il “dono”. Una delle pagine più toccanti del libro, che Michela legge di fronte a un pubblico commosso, è la conversazione mai avvenuta con Cinzia, la «donna speciale» che gli ha salvato la vita (Abate in un certo senso è un privilegiato: in quanto capocronaca dell’Unione Sarda, ci ha messo poco a scoprire il nome della sua donatrice incrociando dati ottenuti dalla polizia stradale). Cinzia è costantemente presente, non solo durante la stesura dei suoi romanzi, ma in ogni momento della sua vita: «Non penso mai alla mia donatrice, io sono la mia donatrice». Una sola responsabilità: quella di essere felice, «perché in fondo glielo devo».


Per chi vuole approfondire il percorso, Festivaletteratura propone:

Evento 44 “Per alibi solutori” - Evento 50 “Occhi neri” - Evento 55 “Credevo che” - Evento 61 “Marenglen” - Evento 64 “Un incendio per un cuore di paglia” - Evento 69 “I tormenti di una terra di confine” - Evento 90 “Sacre parole” - Accenti, venerdì 7 ore 17.00 - Evento 106 “In questa commedia che è la vita” - Evento 108 “Dialoghi sulla scrittura” - Evento 111 “Italiani si rimane” - Evento 133 “Ricomincio daccapo” - Evento 142 “Cambio registri” - Evento 145 “Noi siamo ciascuno la propria storia” - Evento 157 “Voci dal Novecento” - Evento 161 ”Questioni di cuore” - Evento 162 “Colapesce vs Rossari: round 1” - Evento 172 “Il mondo ha bisogno dei vip” - Evento 188 “Innamorarsi a (di) Roma” - Evento 190 “I cortocircuiti di una nazione” - Evento 194 “Aggiungere vita ai giorni” Evento 203 “Altezza zero”.

Festivaletteratura