Giù dagli alberi cade tempo

2 10 2017

Giù dagli alberi cade tempo

Un ricordo di Pierluigi Cappello, scomparso ieri, e dei suoi incontri a Mantova

«Se potete – aveva scritto Tullio Avoledo sul nostro sito nel 2014 andate a sentire il mio amico Pierluigi Cappello. Attraverso la magia delle sue parole scoprirete come il dolore e la perdita possano far scaturire una poesia limpida e forte, un distillato – azzurro come il cielo – dei tempi tormentati in cui viviamo. Se ne avete il coraggio, concedetevi l'incontro con un'anima talmente nobile e bella da farci vergognare della materia più quotidiana di cui gran parte di noi siamo fatti».

Seguito a due splendidi incontri a Festivaletteratura 2012 (uno dei quali dedicato a Ludovico Ariosto nell'ambito del progetto "Il Furioso in festa"), il dialogo insieme ad Antonio Prete fu l'ultimo intervento a Mantova del poeta friulano, scomparso prematuramente ieri a soli cinquant'anni; un percorso ideale, riccamente introdotto da Prete, nei luoghi, nei tempi e nelle lingue della sua opera in versi. A riascoltarlo oggi, con una punta di commozione, quel dialogo rende mirabilmente chiara tutta l'esperienza umana e poetica che ha impreziosito la scrittura di Cappello, la solida cultura letteraria che l’animava, la sua perfetta simbiosi con una vita piena di privazioni ma capace di irradiarsi in ogni dove, come ricordano in questi giorni moltissimi amici scrittori e lettori che hanno avuto modo di conoscerlo e ascoltarlo dal vivo. «L'esistenza che passiamo e che viviamo, quando finisce in letteratura è una seconda nascita. I libri sono organismi che fruttificano; nascono sì dall'esistenza ordinaria però sono un’altra cosa, diventano un'altra cosa, ma una cosa molto singolare, che porta con sé l'orma, la traccia di quell'esistenza che sono stati prima, cioè un'esistenza incarnata di uomini e donne nei quali fluiva il sangue, che amavano e si disperavano per le contingenze immediate. Sarei orientato a dire che la scrittura è proprio una nascita, è qualcosa che si muove e fruttifica da un territorio noto, che serve da trampolino e senza il quale non ci sarebbe poesia e non ci sarebbe desiderio».

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Nato nel 1967 a Chiusaforte (UD), Pierluigi Cappello è stato autore di raccolte di poesie in italiano e in dialetto friulano che lo hanno reso una delle voci più significative della poesia europea degli ultimi due decenni, a partire da "Le nebbie" (1994) e "La misura dell'erba" (1998), passando per "Amôrs" (1999), "Dentro Gerico" (2002), e "Dittico" (2004, Premio Montale Europa di poesia). Nel 2006 ha firmato quel piccolo capolavoro che è "Assetto di volo", vincitore nel 2006 e nel 2007 dei premi Pisa e Bagutta Opera Prima, seguito nel 2010 dall'altrettanto valido "Mandate a dire all'imperatore" (Premio Viareggio-Rèpaci). Al 2013 risale la sua prima opera narrativa, "Questa libertà", uscita in contemporanea con la raccolta di tutte le sue poesie ("Azzurro elementare. Poesie 1992-2010") e grazie alla quale, nel 2014, si è aggiudicato il Premio letterario internazionale 'Tiziano Terzani', ex aequo con lo scrittore pakistano Mohsin Hamid. Si è spento il 1° ottobre 2017.

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