Per tutti i secoli vivrò, per la mia fama

16 9 2017

Per tutti i secoli vivrò, per la mia fama

L'omaggio a Ovidio e ai classici latini nelle parole di Nicola Gardini

Conoscere e studiare la lingua latina rappresenta «un viaggio nella nostra storia culturale, un viaggio nella nostra volontà di durare». Questo è stato l'accento posto da Nicola Gardini sul valore del latino, una lingua che giorno dopo giorno vede creare moltissime confusioni sul suo conto, continue visioni distorte. «Il latino è molto più delle nostre radici – afferma Gardini – è radici ma è anche tronco, rami, foglie, è la grande tradizione che ci ha portato fino a oggi. Dire "latino" significa riscoperta degli umanisti». Gli umanisti, appunto, quelle persone che coltivano lo studio dei classici, delle opere che sono all'origine della nostra contemporaneità.

Dopo una riflessione di carattere generale sul valore del latino, Gardini ha raccontato a Festivaletteratura il suo ultimo volume (Con Ovidio. La felicità di leggere un classico). Il sottotitolo del volume è affascinante e apre una nuova chiave di lettura sul concetto di "classico", definizione che potrebbe appartenere a qualcosa di lontano e distante. In realtà però è qualcosa di estremamente vivo e attuale, è il nostro rapportarci costantemente con l'opera, le riflessioni e i pensieri che ogni volta la lettura ci suscita. I grandi autori rivivono ogni volta che li leggiamo e li interpretiamo.

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«Un classico è un castello. Di più: una città. Insomma: una costruzione grande, immensa, che lascia a bocca aperta» (Con Ovidio. La felicità di leggere un classico, Garzanti, 2017). Se Mantova è la terra di Virgilio, il quale assieme a Ovidio costituisce la pietra miliare della letteratura latina, a duemila anni dalla sua morte l'autore di Viva il latino ha intrapreso un'intensa riletture dell'opera del poeta sulmonese.

Dallo studio dei testi emerge uno stile caratterizzato da temi ricorrenti, motivi che ritornano; ed è proprio lavorando sui testi e sulle costanti tematiche dell'autore che Gardini è riuscito ad elaborare una nuova definizione di questo classico. Difatti, i motivi che ricorrono sono in realtà una maniera sempre nuova di aprire nuove strade, un'eterna metamorfosi. Alla domanda posta dalla redazione di Festivaletteratura («Che me ne faccio di Ovidio?»), l’autore illustra i tantissimi insegnamenti che di volta in volta possono emergere dalla lettura dei suoi capolavori. «Ovidio mi insegna la varietà delle forme, mi insegna il rispetto per la differenza, mi insegna a valutare gli intrecci di vite. La metamorfosi è davvero quello spazio in cui non sei ancora altro e non sei più quello che eri, quindi il divenire perenne».

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Attraverso la lettura e il commento di alcuni passi dalle sue opere principali, nonché dalle Metamorfosi, si scopre tutta la ricchezza della poetica di Ovidio, la sovrabbondanza di idee, immagini e situazioni ma anche come il tema della mutazione pervada tutta l'opera ovidiana, partendo dall'Ars amatoria per arrivare alle Epistulae ex Ponto. Mutazioni di idee, di temi, di modi, di stili. Apparentemente monotono, Ovidio è di volta in volta estremamente nuovo perché capace di vedere le cose sotto una nuova luce, regalandoci moltissimi modelli della nostra interiorità. Si crea perciò una semantica della metamorfosi attraverso la quale il poeta si rivela "un classico", ovvero un autore che ad ogni sua lettura e rilettura sa trasmettere qualcosa di nuovo.

Inevitabile, infine, il paragone con Virgilio e l'epica dell'Eneide. Le Metamorfosi e l'Eneide sono le opere di gran lunga più diffuse della letteratura latina. Anche nel poema virgiliano si può intravedere una metamorfosi, e sono tante trasformazioni che portano Enea all'approdo sulle coste laziali e a dar vita alla lunga dinastia romana; è epica dell'eroe. L'epica ovidiana, al contrario, è epica personale. Si ridimensiona per diventare epica del poeta. La metamorfosi diventa dunque una metafora della vita e contribuisce a mantenere in eterno la vitalità del classico.

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Festivaletteratura