La saldatura tra tecnica e potere sussiste da tempi immemorabili, ma è nella modernità che acquista vigore ed è nel Novecento che diviene uno dei leitmotiv delle riflessioni di filosofi come Max Scheler e Martin Heidegger. È proprio quest'ultimo ad averci ricordato che la tecnica non è mai neutra, e deplorare élite tecnocratiche, o cervelloni artificiali che decidono le nostre sorti, è un modo pericoloso di schivare il vero problema: se la tecnica si fonde con l'utile, l'intero orizzonte dell'essere si riduce a un ammasso di risorse da sfruttare, umani compresi. Da qui prende le mosse anche il filosofo Carlo Galli – già docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Bologna – nel suo più recente lavoro (Tecnica) e in una lectio in cui la domanda principale non è se l'IA sia un destino ineluttabile, ma se il pensiero critico ecceda quello tecnico e possa ancora determinare il suo alleato fondamentale: l'agire politico.