13 | 09 | 2026

È anche colpa nostra

Didier Fassin e Veronica Fernandes affrontano un esame di coscienza collettivo, affrontando le nostre responsibilità

Come siamo arrivati a rendere accettabile quello che sta succedendo a Gaza in questo momento? Come abbiamo potuto dare il nostro consenso al genocidio in atto? Didier Fassin, antropologo, sociologo e medico francese, vuole, insieme a Veronica Fernandes ridare veridicità alle parole e decostruire questa macchina propagandistica che prende i fatti e li distorce.

Il suo ultimo libro, Una strana disfatta, prende ispirazione da un libro di Marc Bloch, La strana disfatta, che riguarda una disfatta militare francese a fronte di quello tedesco all’inizio della seconda guerra mondiale; il libro di Fassin, invece affronta la disfatta militare e politica che è rappresentata da questo tacito consenso. È un tentativo di lasciare una traccia dei primi sei mesi di questo conflitto, di creare un archivio e di conservare una documentazione accurata in questo tempo di revisionismo.

I fatti raccontati dai media occidentali riprendono la propaganda del governo israeliano e ne riproducono il linguaggio; Fassin desidera tornare ai fatti.

Le parole possono infatti tradire i fatti e rappresentare male la realtà.

Ad esempio, quando si parla della guerra tra Hamas e Israele si utilizza un termine sbagliato; il ministro della difesa di Israele ha apertamente dichiarato che i fatti del 7 ottobre vengono ritenuti responsabilità di tutti gli abitanti e parla di annientamento completo della popolazione palestinese. L’esercito israeliano ha distrutto tutte le infrastrutture utilizzate dai civili a Gaza; è chiaro che non si tratta di una guerra, ma di un massacro.

Sebbene una buona percentuale della popolazione sia contraria a questo tipo di violenza e a questi crimini di guerra, deformando la realtà i media riescono a produrre un consenso più ampio a queste azioni. Ad esempio, la retorica degli scudi umani palestinesi utilizzati da Hamas rovescia i fatti reali: è l’esercito israeliano ad utilizzare civili palestinesi, opportunamente vestiti con uniformi israeliane, come scudi umani.

Perché interessarsi al genocidio di Gaza quando, nello stesso momento, nel mondo stanno avvenendo molti altri massacri, come quello in Susan o in Etiopia? Perchè quello in Medio Oriente è l’unico caso in cui la maggior parte dei governi occidentali dona sostegno economico e militare all’oppressore per perpetrare il genocidio. Di questo noi abbiamo una responsabilità collettiva: viviamo in paesi democratici e perciò i nostri governi sono stati eletti da noi.

La deumanizzazione del popolo palestinese cominzia nell’ XI secolo, quando le crociate hanno definito come nemico numero uno della civiltà i musulmani e gli arabi. Ad oggi, la retorica perpetra questa differenza tra noi, connotato positivamente, e loro, connotato negativamente. lo stesso fondatore del sionismo, Theodor Herzl, dichiara che l’introduzione di uno stato popolato dagli ebrei sul territorio palestinese porterebbe civiltà tra la barbarie. Si sottintende, in queste parole, una pulizia etnica, perlomeno dei segmenti più poveri della popolazione.

I fatti del 7 ottobre 2023 non possono essere visti in maniera isolata, come se fluttuassero nel nulla. In Palestina il conflitto inizia nel 1917, quando agli ebrei viene assegnata una porzione di territorio che col tempo si allarga sempre di più, fino ad arrivare alla totalità del territorio. Il genocidio del 1905-1907 perpetrato dai tedeschi ai danni dei popoli degli herrero e dei nama può aiutare a comprendere ciò che sta accadendo ora in Medio Oriente. Infatti i tedeschi, dopo aver stretto accordi di pace con queste popolazioni hanno continuato ad occupare sempre più territori e a compiere massacri.

Quando queste popolazioni si sono ribellate, la risposta è stata spietata: l’annientamento definitivo.

Il Sudafrica, dopo il 7 ottobre, si rivolge alla Corte Internazionale per prevenire questo genocidio; la Corte effettivamente dichiara plausibile il genocidio, ma Israele non ascolta le sue decisioni. È una sconfitta per il diritto internazionale. La situazione continua, finendo pian piano per normalizzarsi; non ne sentiamo più parlare. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e resistere a questa completa inversione legale, morale e politica. Pian piano qualche cosa sta cambiando, ad esempio i media iniziano a denunciare le torture e gli abusi sessuali che i prigionieri palestinesi stanno subendo nelle carceri israeliane; la stampa internazionale ora accetta il contributo dei giornalisti palestinesi. Finalmente i palestinesi sanno che non sono stati dimenticati e abbandonati. Dobbiamo avere fiducia nel diritto internazionale e continuare a fare pressione, affinché le cose possano cambiare.

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