10 | 09 | 2026

Le crepe e le fondamenta: giustizia sociale, sostenibilità e il futuro dell’Europa

Un dialogo tra Enrico Giovannini, Lea Ypi e Andrea Pareschi al Festivaletteratura tra crisi geopolitiche, sfide ambientali e il bisogno di una nuova visione politica

L’Europa di oggi è prigioniera di una paura che ne sta erodendo i valori fondanti. Quello che era nato come un progetto di pace, solidarietà e progresso, basato sui principi di dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani incisi nei trattati rischia di trasformarsi in un’entità sempre più chiusa, competitiva e miope.

Questo cambiamento non è casuale: è il risultato di una crisi culturale e politica che ha spinto l’Europa, soprattutto dopo le elezioni del 2024, verso una maggioranza parlamentare dominata da gruppi di destra, spesso euroscettici. La destra europea ha fatto della membership il centro della sua narrazione politica, cavalcando la paura dell’altro, dei confini, della perdita di identità.

Ma perché questa tendenza a destra è diventata così diffusa?

La risposta non risiede solo nella forza dei partiti conservatori, ma anche nella debolezza delle alternative. La socialdemocrazia europea, un tempo baluardo di diritti e giustizia sociale, ha perso la capacità di proporre una visione convincente. Lea Ypi, filosofa, politologa e intellettuale albanese, ha spiegato che i partiti progressisti hanno finito per adottare politiche migratorie restrittive, tradendo così l’idea stessa di un’Europa solidale. «Serve un discorso integrato tra riforma istituzionale e allargamento per evitare alienazione e sovranismo» ha osservato Ypi. La sinistra, invece, si è spesso limitata a gestire l’esistente, senza osare proporre un modello nuovo, capace di rispondere alle paure reali dei cittadini: la precarietà economica, la perdita di identità, la sensazione di essere lasciati indietro dalla globalizzazione, con politiche concrete e inclusive.

Il risultato è che molti elettori, delusi dalla mancanza di alternative credibili, si sono rivolti a proposte semplicistiche, basate sulla chiusura e sulla contrapposizione.

Questa tendenza è alimentata anche da una retrotopia, come ha sottolineato Andrea Pareschi, un desiderio nostalgico di un passato idealizzato, senza globalizzazione e complessità, che spinge a guardare indietro invece che avanti. La paura del futuro diventa così la leva su cui la destra costruisce il suo consenso, proponendo soluzioni apparentemente semplici a problemi complessi. Ma l’Europa non può permettersi di vivere di nostalgia: ha bisogno di coraggio, di visioni lungimiranti e di politiche che sappiano guardare oltre l’immediato.

Il problema di fondo, però, va oltre la politica: è strutturale.

Il capitalismo contemporaneo, con l'obiettivo di crescita infinita e competitività, ha reso l’Europa prigioniera di una logica che premia il breve termine e penalizza qualsiasi visione di lungo periodo. Enrico Giovannini, economista e statistico, ha sottolineato come l’Europa sia ancora troppo legata a un modello economico che misura il successo esclusivamente in termini di PIL, ignorando completamente gli indicatori di benessere sociale e ambientale. «Dobbiamo andare oltre al PIL», ha affermato. «La quantità non è sufficiente: serve anche la qualità. Il benessere deve essere misurato in termini di salute, educazione, equità e ambiente». Come dichiara anche Papa Leone XIV nella sua enciclica. Questo modello non solo è miope, ma è anche autodistruttivo. Giovannini ha ricordato che il programma “Eguaglianza sostenibile” del 2019 aveva già dimostrato come investire in sostenibilità aumenti la produttività delle imprese, un +16% tra il 2016 e il 2018 per le imprese italiane manifatturiere, eppure oggi l’Europa sta retrocedendo. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha alleggerito gli obblighi di rendicontazione ambientale per le grandi imprese, i governi nazionali si rifiutano di aumentare il bilancio europeo per sostenere la transizione, e la sostenibilità ambientale viene spesso sacrificata sull’altare di una competitività malintesa.

«Il Green Deal non è mai stata una politica ambientalista, ma una proposta di modello di sviluppo», ha sottolineato Giovannini. La competitività invocata oggi è quella di un’Europa che deregolamenta per inseguire, non quella di un’Europa che innova per guidare. Il capitalismo europeo, quindi, non solo non offre alternative, ma si alimenta della paura. La destra cavalca questa paura perché sa che un elettorato spaventato e insicuro è più facile da controllare. E la sinistra, invece di proporre un modello economico diverso, si limita a cercare di gestire le conseguenze di un sistema che non ha il coraggio di mettere in discussione.

Ypi ha richiamato la tradizione della socialdemocrazia come modello per superare il capitalismo attraverso la democrazia e il controllo del capitale da parte del lavoro, sottolineando la necessità di una visione politica chiara e coraggiosa.

«Serve una visione politica che sappia parlare alla ‘pancia’ del Paese senza rinunciare alla complessità», ha affermato. «La sinistra deve smettere di essere ostaggio dell’egemonia culturale di destra e proporre un’alternativa credibile».

Il primo mandato di Ursula von der Leyen era stato caratterizzato da un’ambizione: il Green Deal europeo, presentato come una rivoluzione verde, un piano per rendere l’Unione il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Con il cambio di rotta politica verso destra, però, anche l’agenda europea ha subito una trasformazione profonda. Il Green Deal non è più visto come un modello di sviluppo innovativo, ma come un ostacolo alla competitività, un freno alla crescita economica.

La paura dell’Europa non è solo quella dell’invasione o della perdita di identità, ma anche quella di non essere abbastanza forte nel confronto globale. In un mondo in cui paesi come la Cina investono massicciamente nelle energie rinnovabili, conquistando quote di mercato che l’Europa rischia di perdere, la risposta europea è stata quella di rallentare, di alleggerire gli standard, di ridurre gli obblighi. Ma questa ritirata non è solo un errore strategico: è un suicidio politico. L’Europa non può permettersi di abbandonare la transizione ecologica.

Lea Ypi ha affrontato il tema dell’allargamento ai Balcani occidentali, sottolineando come la mancanza di coerenza interna all’UE rischi di rendere questo processo un’operazione di facciata.

«Manca coerenza di programma e visione istituzionale», ha affermato.

La filosofa ha evidenziato la discrepanza tra i valori che l’Unione chiede ai Paesi candidati e la realtà interna europea, dove la solidarietà e la democrazia rappresentativa sono in crisi.

«Come possiamo chiedere ai candidati di rispettare certi valori se noi stessi non li rispettiamo?», ha chiesto retoricamente. «Serve una riforma profonda delle istituzioni europee per evitare che l’allargamento diventi un’operazione di facciata».

Il dibattito si è chiuso con un messaggio di speranza, ma anche di urgenza. Giovannini ha ricordato la recente modifica dell’articolo 9 della Costituzione italiana, che ora tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi «anche nell’interesse delle future generazioni». Come sottolinea anche la legge n 167 del 2025 sul controllo dell’impatto sociale e ambientale che le nuove leggi emanate devono esercitare.

Questi sono esempi del modo in cui anche a livello nazionale si stia cercando di superare la logica del PIL. «Abbiamo cambiato l’articolo 9 della Costituzione: la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni», ha dichiarato Giovannini.

Pareschi ha poi concluso con una riflessione sulla necessità di leadership capaci di guardare oltre la paura, costruendo un futuro in cui le “crepe” non diventino voragini. «L’Europa non è un progetto fallito, ma un cantiere aperto», ha affermato.

«Sta a noi decidere se vogliamo essere muratori o semplici spettatori».

Il futuro dell’Europa dipende dalla capacità di superare la logica della paura, di abbandonare il PIL come unico metro di successo e di abbracciare una sostenibilità integrata, ambientale, sociale e politica, che metta al centro le persone e il pianeta, non solo i numeri della crescita economica.

Festivaletteratura