12 | 09 | 2026

Accendere la torcia nel buio

Dentro il laboratorio poetico di Silvia Vecchini e Beatrice Masini

Una poesia può cominciare da una parola che si mette a girare nella testa, da un’immagine, da un oggetto quotidiano, da una domanda che ancora non sappiamo formulare. Può arrivare senza preavviso e poi chiedere altre parole, altri versi, fino a diventare un libro. Oppure può restare lì, come un frammento che non trova la strada per andare oltre.

È dentro questa zona incerta, fatta di ascolto, scoperta e pazienza, che Beatrice Masini e Silvia Vecchini hanno invitato il pubblico di Festivaletteratura a entrare.

L’incontro, condotto da Silvia Righi, è partito dalle rispettive raccolte Dammi per sempre giugno e Se tutte insieme. Storie di madri, figlie, sorelle. Due opere molto diverse, ma attraversate da una stessa attenzione per i legami: quelli familiari, quelli tra donne, quelli che si stabiliscono con gli oggetti e con le cose apparentemente più piccole.

Per Silvia Vecchini il libro arriva spesso dopo. Prima ci sono i testi, magari un «grappolo di poesie», e poi la sensazione che dentro quel nucleo si stia muovendo una domanda. Funziona come un magnete, attirando altri testi e permettendo, solo in un secondo momento, di riconoscere un possibile insieme.

La scrittura poetica conserva una componente di incertezza e di mistero: non sappiamo in anticipo dove porteranno i versi

È stato proprio questo il caso di Se tutte insieme. Beatrice Masini, che del libro è stata anche editor, ha riconosciuto prima dell’autrice stessa la possibilità contenuta nella lunga poesia che apre la raccolta: una sorta di poesia-manifesto generatrice di altre domande e altri testi. Il libro ha così preso forma poco alla volta, richiamando scritti già esistenti e facendone emergere di nuovi.

Vecchini ha ricordato una riflessione del poeta americano Billy Collins: ci sono primi versi capaci di generare altri versi, mentre altri si interrompono e non portano da nessuna parte. La penna, allora, non serve tanto a registrare qualcosa che già conosciamo quanto a scoprirlo. Scrivere è accendere una torcia, cercare nel buio, verificare se davanti a noi ci sia qualcosa di prezioso. Per Beatrice Masini, invece, la poesia ha soprattutto la forma dell’«affioramento». Se nella prosa esiste una direzione, per quanto tortuosa, nella poesia il percorso si scopre mentre lo si compie. Arrivano combinazioni di parole, frasi, piccoli gruppi di versi: bisogna ascoltarli, capire se stanno guardando da qualche altra parte. E bisogna essere disposti a lasciare andare. Una parte essenziale della scrittura, tanto in prosa quanto in poesia, è infatti la capacità di buttare via ciò che non trova la propria necessità.

Da qui nasce anche il carattere particolare del libro di Masini, che lei stessa definisce meno organico rispetto a quello di Vecchini: una raccolta di «cose vicine», di ciò che si trova appena fuori dal passo, vicino alla finestra, nel raggio brevissimo dello sguardo.

La poesia diventa così una forma di attenzione: fermarsi sulle cose, illuminarle, stabilire con loro una relazione.

Proprio lo sguardo è stato uno dei nodi centrali della conversazione. Che cosa può vedere la poesia che normalmente non vediamo? E può quello sguardo contribuire a modificare l’immaginario contemporaneo, in particolare quello legato al corpo, alla maternità, all’esperienza femminile? È uno sguardo che, senza la pretesa di rappresentare «il femminile» nel suo insieme, svela il proprio punto di vista, la misura concreta di ciò che si è vissuto, incontrato e attraversato. O, meglio, il moltiplicarsi degli sguardi che ci restituisce un’immagine più ricca e meno uniforme dell’esperienza delle donne.

Anche per Masini è importante fermarsi sulla poesia, «andare sopra, sotto, dentro la parola»: cercare la precisione, non accontentarsi di una prima formulazione. La scrittura può diventare così un modo per sottrarsi alle rappresentazioni già disponibili e trovare le parole esatte per ciò che si è visto. La conversazione si è poi allargata al rapporto tra poesia e lettori. Vecchini ha ricordato come, quando ha iniziato a pubblicare, la poesia occupasse spesso uno spazio marginale nelle librerie: uno scaffale piccolo, quasi occasionale, legato più facilmente alle ricorrenze che alla lettura quotidiana. Negli anni, però, ha visto crescere l'interesse, soprattutto nell'editoria per bambini e ragazzi, dove la poesia può trovare un terreno particolarmente fertile anche grazie al dialogo con le immagini.

Resta però la questione della scuola, dove le voci poetiche contemporanee rischiano di arrivare tardi o di non arrivare affatto. Portare nelle classi la poesia di oggi significherebbe anche restituirle quella dimensione di esperienza presente, non confinata alla storia della letteratura. Una poesia viva e presente, che è possibile "incontrare".

Incontro, del resto, è la parola che meglio descrive il senso della mattina al Seminario Vescovile di Mantova.

L’incontro tra due poetesse, innanzitutto, ma anche tra generazioni, letture, esperienze e modi diversi di intendere la scrittura. Ma anche l'incontro che genera poesia: quello con un un bottone, un sasso, una relazione, un ricordo. Con una parola che chiede attenzione, che ne chiama altre, che diventa verso.

E allora forse una poesia nasce proprio lì: nel momento in cui ci fermiamo a guardare e siamo disposti ad accendere la torcia per rompere il buio che ci circonda.

Festivaletteratura