Archeologie letterarie
Nella cornice di Passports, il progetto che Festivaletteratura dedica alle identità erranti e alle storie tra confini, Georgiana Ursache fa calare il pubblico nei panni di archeologi alla scoperta dei romanzi e degli scavi familiari di Ruska Jorjoliani (Ardesia) e Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez (Occhi foresta).
Le due scrittrici condividono l’esperienza della migrazione forzata, spesso traumatica, e dell’appropriazione della lingua italiana come punto di partenza della loro scrittura. Jorjoliani è arrivata a Palermo dopo un primo sfollamento dall’Abcasia a Tbilisi, durante la Guerra georgiano-abcasa all’inizio degli anni ’90, e la successiva partenza forzata dalla capitale insieme a un gruppo di bambini destinati alla Sicilia. Chávez, invece, si è trasferita in Italia a otto anni per ricongiungersi alla madre, partita anni prima per cercare una vita dignitosa a fronte di un Perù divorato da una terribile crisi economica.
Dopo anni in Italia, le autrici sono tornate nei paesi d’origine per scavare nella memoria familiare, negli archivi e letteralmente nella terra. Jorjoliani, infatti, ha assistito alla riesumazione delle ossa del bisnonno, un uomo a dir poco peculiare e avvolto da una patina quasi leggendaria, come scrive in Ardesia:
«Non avrei mai immaginato che un giorno avrei assistito all’esumazione del mio bisnonno. Me lo sono sempre figurato fatto di materiale iridescente, un po’ reale e un po’ inventato, a volte come scolpito nella pietra, dai bordi affilati e dagli spigoli duri, a volte flessibile come una spugna impregnata d’acqua, sensibile persino a un lieve tocco di dita, che però ritorna sempre alla sua forma iniziale. Una vita turbolenta, costellata di passioni, delitti, evasioni. Una morte avvolta nel mistero, in un agguato mentre tornava dalla famiglia in montagna, dopo essere scappato in modo rocambolesco… Quando lo uccisero aveva da poco compiuto ventotto anni. Non sapevamo dove fosse sepolto. O meglio, lo immaginavamo, ma non sentivamo alcun bisogno di accertarcene. Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano».
Allo stesso tempo, per seguire alcune ricerche accademiche, Chávez è tornata nelle sue Ande dove ha ritrovato la nonna, che fin dal primo momento è diventata una fonte preziosissima di memorie familiari e testimonianza di un universo andino magico e ricchissimo. La scrittrice si imbatte anche nella huaquería, una pratica rituale che prevede lo scavo di reperti preispanici. A differenza dell’archeotraffico, i huaqueros cercano luoghi significativi per i loro scavi e riesumano oggetti che abbiano un legame con gli antenati e che manifestino una loro specifica volontà. Questi intrecci tra oggetti e vivi durano tutta la vita e possono essere tanto propizi quanto nefasti, soprattutto quando emergono manufatti d’oro. Grazie ai contatti della nonna e della zia maestra, e sulle orme del nonno Octavio, che è stato un huaquero, Chávez ha la possibilità di vedere i reperti di tante famiglie e di diventare a sua volta huaquera e archeologa.
L’atto di scavare nella memoria, nella terra, negli archivi e nelle genealogie familiari porta con sé un certo grado di distruzione, perché non si possono attraversare gli strati del passato senza perdere qualcosa. Alcuni pezzi che si lasciano indietro nello scavo possono portare a un percorso positivo di rinascita. È il caso di Chávez che, tornando sulle Ande, ha abbandonato il senso di subalternità e vergogna per l’alterità che si è sentita addosso per anni in Italia. Nelle sue ricerche, invece, Jorjoliani ha in parte modificato la propria percezione sulla figura quasi mitica del bisnonno, decidendo di lasciare sigillate certe storie che non sa se riuscirà mai ad affrontare.
Nella creazione di Ardesia e Occhi foresta, così come nelle loro vicende personali, la lingua italiana ha un ruolo centrale. L’italiano è stato un territorio da conquistare, in cui dimostrare di non essere da meno. Per Jorjoliani l’italiano ha dato la giusta distanza tra lei e le storia raccontata, un filtro per scrivere qualcosa che non sa se sarebbe esistito in georgiano. Per Chávez, imparare e scrivere in italiano è stato un vero e proprio processo di colonizzazione, anche se alcuni modi di dire o espressioni rimangono esprimibili solo in spagnolo. In questo lungo e doloroso processo, però, la letteratura è una cerniera tra passato e presente, tra le fatiche dello scavare nella memoria, tra senso di alterità, lingua conquistata e un richiamo della terra che si sente pulsare fin nel sangue.