Aria gotica nel Tempio di San Sebastiano
Nonostante la giornata piovosa, in molti si sono presentati al Tempietto di San Sebastiano, pronti a farsi incantare. Tra rumori sinistri e richiami di uccelli d’altri tempi, il pubblico si è lasciato guidare attraverso le porte del tempio dalla dama ottocentesca apparsa dinanzi a loro, avvolta da gotico mistero.
Pur se con animo inquieto, gli spettatori vengono accolti da un fondale di alberi mossi dal vento e uccelli in volo, immersi quasi per intero nell’oscurità, se non per le luci che ne proiettano le ombre in movimento. Alternando raffigurazioni della dama nei tipici ambienti dei romanzi ottocenteschi di tradizione anglofona a musiche sempre più incalzanti, la scena giunge al suo culmine con l’introduzione della narrazione teatrale, che pone al centro la Creatura del dottor Frankenstein.
La rappresentazione prende spunto da un importante passo del noto romanzo di Mary Shelley, Frankenstein: quello in cui la Creatura narra del suo primo approccio al linguaggio, della scoperta della natura e di come nasca il desiderio di sentirsi «uomo tra gli uomini»: di essere accolto per la sua interiorità e le sue virtù, invece di essere rifiutato, maltrattato e umiliato per la sua imperfetta e non apparentemente umana esteriorità. La Creatura, che tanto desidera un rifugio per sé e una famiglia da amare, si trova allora a non riuscire a provare altro che ira e odio nei confronti dell’umanità che l’aveva tanto affascinata, quella stessa umanità che l’ha condizionata fino a farla credere un vero Mostro.
«Cosa sarei se potessi essere?»: se la Creatura potesse essere compresa, accolta, amata, chi potrebbe diventare?
Inevitabilmente, la Creatura di Mary Shelley, sofferente e furiosa, ossessivamente si interroga sul motivo della sua nascita: quale mente umana ha potuto mai creare tale mostruosità?
A questo punto della rappresentazione ha inizio una profonda riflessione tra la Creatura e la creatrice-autrice, attraverso un dialogo che rispecchia quello tra la Creatura e il suo creatore Victor nel romanzo. E allora torna la domanda della Creatura: «Cosa sarei se potessi essere?». Non una risposta, ma la possibilità di diventare altro da ciò che gli altri hanno deciso di vedere in noi. È forse questo ciò che la rappresentazione raccoglie dall’opera di Mary Shelley e consegna agli spettatori: l’idea che nessuno dovrebbe essere costretto a coincidere con lo sguardo che lo ha giudicato.