Bruno Tognolini, 44 anni per arrivare sull’isola dei mostri
Ci sono storie che aspettano, restano per anni in un angolo della mente, riaffiorano in forme diverse, si fanno teatro, diventano frammenti di altri libri, poi tornano a bussare. Quella di Monsterium. L’alba dei mostri, il nuovo romanzo di Bruno Tognolini pubblicato da Salani, ha aspettato 44 anni prima di trovare la sua forma definitiva.
C’è anche una curiosa ricorrenza nella storia dei suoi romanzi: tra un titolo e l’altro passano, senza che l’autore lo abbia mai programmato, nove anni. Dopo Salto nell’Ultramondo (Giunti, 1994), sono arrivati Lilim del tramonto (Salani, 1999), Lunamoonda (Salani, 2008) e Il Giardino dei Musi Eterni (Salani, 2017). Ora, nel 2026, il conteggio torna a chiudersi con Monsterium. L’alba dei mostri.
A raccontarlo è lo stesso Tognolini, l’autore a cui dobbiamo l’universo del Fantabosco e i personaggi della Melevisione e dell’Albero Azzurro, “artigiano della parola” capace di spaziare da dalla poesia alla narrativa, dal teatro alla televisione. A Festivaletteratura ha dialogato con l'educatrice e libraia Alice Bigli, accompagnando ancora una volta bambine, bambini e adulti dentro un mondo popolato da creature fantastiche, ma soprattutto dentro una storia che interroga il nostro modo di guardare e raccontare il diverso.
Il viaggio inizia in un mondo che è il nostro e prosegue in un luogo che non compare su alcuna carta geografica: un’isola abitata da mostri, dove arrivano per caso tre personaggi: un professore esperto di mostri che studia l'evoluzione; c’è Doracòra, donna di mezza età che fa la toelettatrice di cani – “zoestetista”, più precisamente – ; e c’è un ragazzo di strada che corre per le vie della città con il suo boombox e la sua cumbia: Mario Marionete.
Nessuno dei tre sa perché sia stato scelto né quale compito lo aspetti sull’isola: per scoprirlo bisogna seguire la storia, passo dopo passo.
I mostri, però, non sono soltanto i protagonisti di questa avventura. Sono anche il risultato di una ricerca lunga decenni. L’idea del libro nasce nel 1982, quando Tognolini comincia a studiare le creature fantastiche in vista di una grande “spettacolazione” urbana dedicata proprio ai mostri. Di quegli anni restano quaderni, schede di lettura, appunti su bestiari e mitologie: un archivio personale che attraversa culture e secoli.
Ed è proprio guardando a questa lunga storia che il romanzo apre una riflessione più ampia. Centauri, chimere, sfingi e sirene continuano a essere raccontati da migliaia di anni, ma non sono rimasti uguali: cambiano le immagini, cambiano i dettagli, cambiano le paure e i desideri che proiettiamo su di loro. Per Tognolini se continuiamo a raccontare i mostri è perché, in qualche modo, continuiamo ad averne bisogno.
«Noi raccontiamo le cose che sono importanti per noi»
E allora la domanda che ci facciamo è: che cosa ci stanno dicendo oggi? Che cosa ci aspettiamo da loro? E c’è qualcosa che riguarda il nostro futuro?
In Monsterium questa riflessione convive con il gusto dell’avventura.
Il romanzo alterna azione e momenti più cerebrali, quelli che Tognolini chiama scherzosamente “spiegoni”: il professore li dispensa mentre Doracòra cerca di capire se le creature che incontrano siano più o meno pericolose. E, sotto la superficie dell’isola fantastica, si muove un’altra storia, fatta di misteri e fili lasciati apposta in sospeso. Alcuni vengono da molto lontano, sono elementi rimasti irrisolti per oltre trent’anni, in attesa del momento di riprenderli e dare loro finalmente una conclusione.
Ma se c’è qualcosa che rende Monsterium immediatamente riconoscibile è la lingua. Dopo una vita dedicata alla poesia e alle filastrocche, il ritmo non resta fuori dalla porta della narrativa. La prosa è pensata come un canto: deve essere armoniosa, musicale, quasi una danza. Il lettore non deve necessariamente accorgersi del ritmo, ma sentirlo mentre la storia cammina.
Anche le immagini contribuiscono a costruire questo mondo. Le illustrazioni di Andrea Tarella accompagnano le diverse sezioni del libro con creature incorniciate come figure di un antico bestiario, fino alle tavole a tutta pagina che raccolgono e ordinano la popolazione mostruosa dell’isola. Un lavoro che trasforma il libro anche in un oggetto da esplorare, non soltanto da leggere.
Alla fine, però, la domanda resta: perché continuiamo a raccontare i mostri?
Forse perché sono il modo più antico che abbiamo per dare una forma a ciò che non conosciamo, a ciò che ci spaventa, a ciò che non sappiamo ancora nominare. Tognolini, del resto, lo dice con una battuta che vale anche come dichiarazione di poetica: si è scoperto da poco uno «scrittore per grandi sotto copertura». Perché le storie per ragazzi, quando sono davvero grandi, parlano a tutte e tutti, a qualsiasi età e ci accompagnano per tutta la vita. Come i mostri che incontriamo.
C'era una volta uno stretto confine
Che separava due terre vicine
Una chiamata Paese del Noi
L'altra chiamata Paese del Voi
Per mille secoli queste due terre
Fecero gare, fecero guerre
Per chi correva più lento o veloce
Per chi contava le storie più belle
Per chi cantava con più bella voce
E per chi aveva più chiara la pelle
Ma in mezzo a loro c'eran creature
Che erano chiare ma erano scure
Erano buone ma anche cattive
Sempre ammazzate e sempre più vive
Non erano qua, non erano là
Come se stessero sempre a metà
Non erano Nostri, non erano Vostri
E li chiamarono Mostri
"Rima della Terra Stretta", da Rime Raminghe, Salani, 2013