Casa dolce casa?
Non c’è luogo migliore per parlare di case nel modo in cui ne parlano millennial e gen z, come lontani sogni irrealizzabili. Il Teatro Bibiena rappresenta la bellezza decorativa di un tempo passato, non replicabile, ma di cui si è sempre alla caccia. Per affrontare l’argomento non ci sono persone migliori di Vincenzo Latronico, autore e traduttore che nei suoi romanzi, tra cui Le perfezioni e Una splendida rovina analizza il modo in cui i luoghi hanno effetto sulla nostra identità, e Olimpia Zagnoli, illustratrice e grafica (anche dei romanzi di Latronico stesso), che segue il progetto immobiliare Casa Futura su Instagram, dalla cui biografia si legge “documenting apartments for sale in hopes of finding one.”
Il Festivaletteratura di Mantova compie trent’anni, e sceglie di soffiare le candeline così, parlando della strana sensazione che pervade i quasi giovani di oggi, un desiderio indescrivibile ma per cui Zagnoli, partendo dalle immagini di Casa Futura, riesce a trovare qualche definizione.
Apre l’account nel 2015, quando posta la prima foto di un appartamento visitato a Milano. Non nasce come un progetto impegnato: voleva liberare la memoria del telefono (aveva già visitato una trentina di case, nelle quali aveva fatto diverse foto), e tenerne traccia. Nelle didascalie, piccoli esercizi di scrittura, nei quali Zagnoli descriveva le prime impressioni provate nel momento in cui aveva varcato la soglia della casa. Il database, che lei inizialmente sperava durasse non più di qualche mese, si è protratto durante la ricerca della casa adatta, durata ben sette anni.
Riflettendo su tutti i sentimenti che hanno accompagnato questa ricerca quasi archivistica dice che non c’è solo amore nei confronti di queste case vuote e idealizzate, «c’è ossessione, farfalle nello stomaco, proiezione, desiderio, delusioni, cuori spezzati.»
Latronico la pensa allo stesso modo. Anche per lui questa ossessione con le case non è solo vuota idealizzazione. L’autore problematizza gli spazi e le abitazioni in tutti i suoi romanzi, che siano Le perfezioni, in cui i protagonisti, una giovane coppia di grafici, vive in affitto a Berlino (in un appartamento la cui descrizione occupa le prime otto pagine del libro) e prova uno strano senso di insoddisfazione che alla fine si risolve con il ricevere in eredità una masseria sul mare, o Una splendida rovina, in cui una coppia decide di ristrutturare una casa in rovina. Così, ammette scherzosamente, «a qualcuno è toccato in sorte essere poeta dell’amor cortese, [...] io parlo di real estate, questo mi è capitato.»
La fascinazione per le case non si limita a lui stesso e a Zagnoli, con la quale lavora e conosce come amica dagli anni ‘90: racconta che quando si trova con amici a fare weekend fuori porta, o vacanze lontano da casa, hanno sempre tutti una compulsione di fermarsi davanti alle vetrine delle agenzie immobiliari, anche più delle librerie. Non può essere una coincidenza, e non può essere un vuoto idealismo: «c’è qualcosa di più profondo. L’importanza della casa che è tale perché non è più garantita. Siamo cresciuti in un mondo che diceva che la casa era un diritto dei lavori, che chi lavorava si sarebbe potuto permettere un tetto sopra la testa, ma ora proprio non è così. Sembra una risposta ad una crisi culturale che non sappiamo come altro affrontare.»
Le sensazioni che descrive Zagnoli diventano per Latronico anche amore compensatorio, nato dall’erosione di ciò che prima era un diritto e ora non lo è più. Queste sensazioni si canalizzano nell’individuale ossessione per le case anche perché «abbiamo perso il lessico per analizzare problemi collettivi e formulare risposte collettive. [...] Nessuno pensa, “scendiamo in piazza e facciamo abolire Airbnb”, ognuno pensa a una scialuppa personale su cui scappare.»
L’incontro non ha solo l’obiettivo di farci riconsiderare il nostro rapporto con le case. Sarebbe infatti facile vedere la costante ricerca di case irraggiungibili come un elenco infinito di fallimenti, come la ristrutturazione infinita e piena di problemi di una casa in rovina, in Una splendida rovina: Latronico ci chiede di ribaltare questa «metafora imprenditoriale» della vita. Quando non pensiamo ai capitoli della nostra vita come progetti aziendali, diventa subito chiaro che i fallimenti faranno parte della grande ristrutturazione che è la vita. E non ci sorprenderanno più.
Lo sdegno nei confronti del lessico “aziendale” prosegue anche con il termine stesso, “lavoro.” Alla domanda, posta a entrambi da Marianna Albini, sulla relazione che hanno con esso, Latronico risponde dicendo che proprio l’esperienza autobiografica di ristrutturazione a cui è ispirato Una splendida rovina gli ha fatto riconsiderare ciò che diamo per scontato. Se in ufficio il miglior impiegato è quello che risponde a più mail nel minor tempo possibile, in cantiere non è così. La fretta è pericolosa, e in ogni atelier il miglior artigiano si nota subito per la sua lentezza. Così per lui, che durante la stesura del suo primo romanzo considerava una giornata ottima o sprecata in base al numero di battute, ora la soddisfazione arriva quando ha scritto “solo” tre o quattro paragrafi. Non solo: non considera la scrittura come lavoro. Non perché non la prenda seriamente, me proprio per un rifiuto verso il lemma. Nella giornata di uno scrittore, si può passare pochissimo tempo a scrivere.
«Non si può usare solo “lavoro” per definire il tempo occupato non oziosamente. Il tempo passato, per esempio, a leggere, non è lavoro ma ozio? Diremmo che il tempo impiegato da un prete per pregare non sia lavoro?»
La lettura, la preghiera, il riposo dell’atleta dopo l’allenamento per favorire la crescita muscolare, «sono tutte attività ancestrali, che non sono lavoro.» E non lo devono essere.
Per concludere con leggerezza, si torna al discorso politico. Le case sono istanze quasi pubbliche, che dicono molto di ciò che una persona è. Zagnoli ammette di aver realizzato solo di recente, grazie anche alla lettura di Le perfezioni, che in molti circoli di artisti si trovano individui estremamente ricchi, e che scoprire la situazione economica «a posteriori, spiega moltissime cose, anche se prima era completamente invisibile.»
Latronico gioca molto su questa «discriminante invisibile», soprattutto in Le perfezioni. A lui sembrava ovvio che due grafici, nomadi digitali, che vivono in un bellissimo appartamento pieno di piante, che ordinano delivery ogni sera, siano le stesse persone che ricevono in eredità una villa, «invece, molti lettori sono rimasti stupiti.» Eppure, per l’autore, seppur spontaneo, non è produttivo puntare il dito di una crisi generazionale contro questi pochi che si possono permettere una casa (o che la ricevono in eredità). Si tratta di un problema più radicato: «il colpevole è la società, che non combatte la precarietà di certe fasce della popolazione,» che non supporta gli artisti, che non risolve un problema che non è privato, ma istituzionale.
La casa, quindi, diventa il luogo per eccellenza dove si dimostra che il personale è politico. Per Latronico, la differenza economica si riflette sempre nelle nostre abitazioni. Quindi la casa «innegabilmente ti politicizza, dice qualcosa di te: da quanto è grande, a dove si trova [...] ed è la cosa in cui ci si scontra in modo più diretto con gli effetti della politica.» La casa a cui si ha accesso a conseguenza di un mix di fattori tra cui la situazione economica, la discriminazione, il passaporto, influenza ogni aspetto della vita: come si vive, quanto tempo ci vuole per arrivare al lavoro, in che scuola si mandano i figli. Nulla scappa da questa analisi.
La casa, per tutti, non solo per i trentenni, è «il fulcro, dove il personale diventa politico.»