11 | 09 | 2026

Distruggere il passato cancella il futuro

Christian Greco e Paola Caridi dicono basta alla distruzione del patrimonio culturale

Quand’è che abbiamo perso la conoscenza di Gaza? Quando si è spezzato quel filo che per millenni ci ha collegato ad essa?

Per capirlo, Christian Greco e Paola Caridi partono dalla sua storia: quella che oggi è spesso solo sinonimo di macerie è stata e continua ad essere un connubio di storia, arte e cultura, una città che ha segnato il mondo arabo per secoli.

Nella letteratura egiziana, il funzionario di corte Sinhue attraversa il Sinai e arriva a Gaza, nella quale viene accolto con cibo e riparo; per paradosso, da fuggitivo diventa un principe, gli viene data in moglie la figlia del re e trascorre una vita bellissima. Richiamato dal faraone torna in Egitto, a simboleggiare un mondo arabo unito, quando gli antichi non avevano ancora l’idea di un occidente diverso dal Medio Oriente.

Da Gaza passano molti personaggi storici, primo fra tutti Alessandro Magno, celebre per essere riuscito a portare per la prima volta il sogno di un grande mondo arabo monoglotta che potesse contribuire ad una visione unita del Mediterraneo. Arrivato a Gaza, la città oppose per lungo tempo resistenza grazie alla pietra calcarea sulla quale è costruita, che permise la costruzione di tunnel per contrastare l’assedio.

Adesso quella stessa città è rasa al suolo e i suoi abitanti non possono più vedere il mare, in assenza di un punto elevato per osservare un porto che ormai non è più praticabile. La perdita non è stata solo culturale, ma anche paesaggistica attraverso la distruzione di un patrimonio naturalistico che è stato parte integrante del bacino del Mediterraneo.

Quando alla storia viene staccata la spina, siamo tutti responsabili: non ci siamo dimenticati solo di Gaza, ma anche di Tiro, Giaffa e di tante altre città che per millenni sono state porti centrali per civiltà diverse. Abbiamo omesso questi luoghi per così tanto tempo fino a non ricordarci più quando è stato che abbiamo smesso di guardarli.

Il 27 settembre si concluderà, a Torino, la mostra Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo, organizzata da Beatrice Merz e la Fondazione Merz.

L’artista contemporanea palestinese Dima Srouij è l’autrice di una delle opere che ha maggiormente commosso Paola Caridi, intitolata Phantom Votives e caratterizzata da una struggente e dolorosa dolcezza: dal soffitto pendono, sospesi da invisibili fili di nylon, dei calchi di parti del corpo smembrate realizzate interamente in cera d’api, per evocare i corpi distrutti dal genocidio in Palestina.

«Dobbiamo dire basta alla distruzione del patrimonio culturale» questo è l’appello che Christian Greco lancia al pubblico presente in Piazza Castello, e a tutti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, per colpire la Germania si è voluto annientare il suo patrimonio culturale radendo al suolo la città di Dresda. In quegli anni l’Italia è stata in parte risparmiata, ma danni sono stati recati al Museo Egizio di Torino, di cui Greco oggi è il direttore, che ha perso una parte della sua collezione a seguito di un bombardamento.

Dalla storia non si impara: se a Gaza il patrimonio culturale è andato ormai interamente distrutto, in Iran è stato recentemente colpito un sito UNESCO, mentre in Libano gli archeologi continuano a fare degli appelli per fermare l’esercito dal distruggere il patrimonio culturale.

Distruggere il passato di un paese significa non dargli la possibilità di vivere il presente e di programmare il futuro. Una società malata di presentismo, la cui memoria è stata distrutta, non ha futuro.

L’intellettuale balcanica Slavenka Drakulić, a proposito della distruzione del Ponte Vecchio di Mostar nel novembre 1993, scrisse: “Un uomo more, ma sappiamo che la morte è un fatto naturale, inevitabile, scritto nel nostro DNA. […] Ma quando gli uomini si mettono insieme e riescono a creare qualcosa di così perfetto, eterno e immutabile come questo ponte, è il momento in cui l’uomo supera la propria finitudine e tocca l’immortalità. Quel ponte non doveva cadere, perché i ponti vanno difesi e mantenuti: essi rappresentano, nel dramma esistenziale dell’uomo, qualcosa di più alto della nostra stessa biologia.”

Attraverso una metafora con pollicino, Paola Caridi ha spiegato che dobbiamo tentare di recuperare quello che è stato perso, disegnare con le pietre ciò che siamo e che abbiamo dimenticato di essere. Questo recuperare non è un esercizio per salvarci la coscienza, poiché disumanizzando Gaza le abbiamo tolto la sua storia, ed è ridandole quella stessa storia che possiamo proteggerla e salvare quel poco che resta.

L’unica cosa che rimane all’uomo, secondo Greco, è l’onore e la virtù di leggere e studiare il passato, che non significa fuggire dal presente, bensì non sentirsi soli di fronte ai drammi della sofferenza. Machiavelli in una lettera a Francesco Vettori scrisse che una volta entrato nel suo scrittorio si spogliava della veste quotidiana, indossava abiti reali e parlava con gli antichi, che gli rispondevano per umanità. Attraverso quel dialogo, dimenticava ogni affanno e non temeva la povertà, la morte, la malattia.

Nel passato ci sono migliaia di anni di risposte e attraverso di esse dobbiamo iniziare a trovare una strada, perché prima o poi le armi dovranno tacere ed è meglio che tacciano prima di piangere milioni di morti e poi comunque sedersi ad un tavolo.

Festivaletteratura