11 | 09 | 2026

Donne che collezionano uomini

Il collezionismo è una malattia che si esprime in diverse forme: privata o pubblica; in entrambi i casi è anche una selezione e la condivisione di una passione

Introduce così, scherzando, ma forse non troppo, il tema del collezionismo d’arte Mario Codognato, direttore artistico della Sonnabend Collection Mantova, quando Lorenzo Balbi, critico, curatore e neodirettore dei Musei di Verona, apre la conversazione con una riflessione sulla difficoltà di curare una collezione privata, che non prevede la cura solo delle opere, ma anche l’attenzione alla personalità di chi le ha collezionate.

Quale che sia la diagnosi, a tracciare un segno importante nella pratica del collezionismo d’arte - e spesso quindi di mecenatismo - nel Novecento occidentale, sono state le collezioniste, spesso ereditiere statunitensi, che hanno utilizzato le ingenti eredità per acquisire opere e sostenere artisti contemporanei.Melania Mazzucco, al lavoro su un nuovo progetto dedicato alle collezioniste, dopo il saggio Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne, fa notare però subito un tranello in cui quasi è caduta lei stessa: quasi tutte collezionarono opere di artisti. Non artiste.

« Nel gioco letterario di immaginare un Museo del mondo che raccogliesse 52 opere d’arte fondamentali per la mia formazione» , racconta Mazzucco, «mi sono resa conto solo alla fine che di queste opere solo 4 erano firmate da artiste».

« Mi sono spiegata questa mancanza pensando all’invisibilità del lavoro delle donne negli anni della mia formazione, lavori seppelliti nei depositi dei musei o il cui nome si perdeva dietro a quello di un uomo». Proprio da questa presa di consapevolezza – profonda e forse quasi inaspettata, perché involontariamente provocata – nasce proprio Self portrait, che la porta inevitabilmente a incontrare anche il tema di committenza e collezionismo.

Un ruolo che nel corso della Storia cambia posizione e sfera d’influenza nell’ambiente artistico: nella borghesia fiorentina del Cinquecento, ad esempio, le donne – soprattutto mogli di mercanti – commissionavano opere, per lo più di artisti minori e di epigoni, fino a trovare strade alternative per formarsi e avviare un’attività indipendentemente dal fatto di nascere o meno “figlia d’arte”; caso invece di molte artiste che riuscirono ad affermarsi ed affrancarsi poi dal nome paterno. È il caso di Suor Plautilla Nelli, che con l’acquisto di opere minori riesce ad aprire nel convento una piccola bottega, e ad aprire a un mercato femminile di opere d’arte. Opere che sicuramente erano carenti dal punto di vista tecnico e di innovazione, dato che le artiste non potevano normalmente accedere alla formazione, né, soprattutto, dipingere anatomia dal vero ( «pensiamo alla mia architettrice,» dice Mazzucco, «che non può quasi uscire di casa da sola»). Tra le prime collezioniste, dallo spirito anche innovativo, c’è invece Felice Zacchia Rondanini, che nella metà del Seicento inizia ad acquistare arte seguendo il marito, alla morte del quale inizia a collezionare anche opere più sperimentali, come uno stregozzo, che rappresenta un rito stregonesco.

Trecento anni dopo, troveremo figure come Isabella Gardner Stewart - che si credeva la reincarnazione di Isabella d’Este , aggiunge Mazzucco-, Gertrude Vanderbilt, Gertrude Stein o Peggy Guggenheim. Tutte americane: le uniche donne a poter ereditare nel mondo occidentale. Punteranno su artisti di rottura, spesso agli inizi, o in miseria, che poi faranno esplodere sul mercato. Ma tra le collezioniste mecenate, che tiene i fili tra Europa e Stati Uniti, Parigi e New York, c’è anche Ileana Sonnabend: Codognato la racconta come non solo un’ereditiera, ma una donna che aveva avuto accesso a un’istruzione che all’epoca era riservata agli uomini, e che pur avendo dovuto abbandonare la Romania e un’Europa in cui essere un’ebrea borghese equivaleva alla deportazione, mantiene vivo il dialogo tra le due coste dell’Atlantico attraverso l’arte. Un approccio, nota Mazzucco, contrario a quello della prima ondata di collezioniste, che portavano l’arte europea negli Stati Uniti, nelle proprie ville museo. Sonnabend, come Stein, ha mantenuto uno scambio alla pari con l’Europa, e viceversa. Perché le collezioniste non supportano le artiste?


Il nodo rimane: perché, anche nella collezione Sonnabend, sono solo due le artiste?


«Perché Berthe Weill è pronta ad andare in prigione per Modigliani, ma non per Jeanne Hébuterne?»

Mazzucco ipotizza che il motivo sia da ricercare nell’impossibilità di portare avanti due lotte contemporaneamente: nella lotta per essere riconosciute nel mondo del mecenatismo e del collezionismo d’arte, non c’è stato spazio per lottare per aprire uno spazio anche alle artiste. Del resto, il riconoscimento dell’arte femminile nel secondo dopoguerra era ancora limitato a pochissimi nomi, e la necessità di avere artisti da posizionare sul mercato era urgente per assicurarsi un posto a un tavolo fino ad allora riservato a soli uomini (a parte illustri eccezioni di secoli prima). Saranno le collezioniste degli anni ’80 e soprattutto ’90, come Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, fondatrice e presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, a valorizzare attivamente le artiste donne all'interno della sua raccolta.

E come ancora molto c'è da fare per le artiste, molto c'è da raccontare sul ruolo del mecenatismo femminile nella storia. Senza dimenticarne la parzialità e l’inevitabile legame con l’ingente disponibilità di denaro, ma ricordandone l’importanza della passione e del coraggio. Ma anche l'importanza di avvicinarsi con uno sguardo doppiamente umano a un'opera d'arte: il proprio, e quello di chi ha scelto di sostenere l’artista che la firma.

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