12 | 09 | 2026

Eh ma il calcio di una volta...

Parlare di calcio con voci nuove

In un paese come l’Italia, la terza esclusione consecutiva dai mondiali di calcio non è un fallimento sportivo, è una crisi collettiva. L’impressione è che tra le cause principali di questa disfatta ci sia un problema di sistema, che non riguarda solo chi il campo. Riguarda anche, ad esempio, tutta la comunicazione che viene fatta e che dà l’impressione di essere sempre più ristagnante, ancorata agli stessi temi, alle stesse strategie retoriche.

Anche per questo è importante ascoltare nuove voci come quelle di Giuseppe Pastore, il barese classe ‘79 diventato ormai uno dei volti più amati di Cronache di Spogliatoio, cresciuto leggendo il trafiletto sportivo di Gianni Mura sulla Repubblica («da bambini il giornale si iniziava a leggere rigorosamente dalla pagina dello sport», dice Pastore ridendo). Voci come anche quella di Emanuele Atturo, il caporedattore de L’ultimo uomo, vittima per un periodo della sua vita dell’ossessione per David Foster Wallace anche per il suo modo così inimitabilmente profondo di descrivere il tennis, sua grande passione quasi al pari del calcio.

Sia Pastore che Atturo riconoscono che la comunicazione sportiva, in particolare calcistica, a volte sia portata avanti in modo un po’ pigro, scadendo sempre sugli stessi temi, spesso i più divisivi e che concernono solo le squadre più seguite, e che rendono inevitabilmente ristagnante il dibattito. Da qui ne scaturiscono anche assurdità come la recentemente nota dicotomia “giochisti vs risultatisti”, una divisione che parte da un presupposto sbagliato, spiega Pastore, ovvero quello che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di giocare a calcio: da una parte ci sono quelli che vogliono vincere e dall’altra quelli che vogliono giocare bene, ma non è così, sarebbe illogico.

«Per carità il dibattito sul bel gioco è sempre esistito, solo che ora è più ipocrita. Si fa spesso finta di spacciare un’ideologia - come quella che esista un modo corretto di vedere il calcio - per una non-ideologia, autodefinendosi pragmatici e sottintendendo che chi la pensa diversamente non lo sia»

spiega Atturo. Il punto è che chiunque vuole divertirsi davanti ad una partita, dopodichè lo 0-0 fa parte del calcio, perché fa parte della vita. Molte delle nostre giornate sono piene zeppe di momenti dimenticabili, ma non per questo bisogna scadere in retoriche banalizzanti e approssimative come quella in questione, benchè sia spesso la soluzione più comoda.

In un paese dove si discute l’italianità di Sinner, d’altra parte, ci si può attendere di tutto.

Un altro meccanismo che spesso e volentieri travisa la realtà e che la generalizza è la nostalgia, la retorica del “Eh ma una volta…”, che allude sempre ad un’ipotetico passato idilliaco - la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro - e che rende avversi al nuovo.

Naturalmente è un sentimento umano, come spiega Atturo, ma è anche uno strumento pericoloso, un’arma a doppio taglio che può unire le persone, infondere un senso di appartenenza comune, ma anche distorcere la visione di ciò che è cambiato, non necessariamente in peggio.

Anche Pastore, che è un grande appassionato di epoche sportive e calcistiche passate, lui che ha scritto un libro su Alberto Tomba e ha studiato a fondo il calcio degli anni ‘70, sostiene che il passato vada studiato soprattutto per contestualizzarlo e per riconoscere quelle corrispondenze con ciò che avviene oggi, ma che non c’è niente da rimpiangere. Del resto era un calcio fatto anche di partite truccate, di doping e di violenza, che rifletteva inevitabilmente anche la società dell’epoca, e per quanto sia affascinante inneggiare al ritorno di un ipotetico passato è una retorica reazionaria da evitare (Atturo cita ironicamente anche il famoso slogan trumpiano “Make America Great Again”, e allude implicitamente anche alla recente propaganda del generale Vannacci).

Ma allora ha davvero senso parlare ancora di calcio, addirittura scriverne, se in fondo è un argomento così ristagnante?

In effetti un’alternativa sarebbe quella di dare più spazio anche ad altri sport. Pastore racconta, ad esempio, della soddisfazione nello scrivere di uno sport come lo sci, lui che da buon pugliese non ha mai messo un paio di sci, conseguente anche alla fatica di imparare un nuovo linguaggio, così come Atturo menziona l’effettiva libertà maggiore di cui gode nello scrivere di altri sport.

E tuttavia, il calcio rimane qualcosa di diverso. Il calcio, specialmente in Italia, non è quasi nemmeno uno sport: è un culto, un atto politico, un rito collettivo. Non ci si stancherà mai di parlarne perché

« parlando di calcio parliamo di noi »

come dice Atturo. Tornando alla domanda precedente, forse una risposta inequivocabile non c’è, e far finta che ci sia sarebbe presuntuoso come chi parla di risultatismo, ma Giuseppe Pastore ha provato comunque a dare la sua di risposta.

«Della maggior parte delle partite ce ne dimenticheremo, ma ogni partita è diversa dalle altre, a volte differisce anche solo dell’1%, ma è proprio quell’1% che ci spinge a scriverne».
Festivaletteratura