Fili e fantasmi: Isabella Hammad e il ricamo vivo della Palestina
Ci sono ricami che, da lontano, sembrano semplici: linee pulite, forme armoniose, un disegno riconoscibile. Ma spesso, avvicinandosi, si scopre che quella semplicità è un’illusione: ogni punto è il risultato di fili che si intrecciano, si sovrappongono, si annodano, si spezzano e si ricongiungono. Entra il fantasma, romanzo di Isabella Hammad, è un ricamo di questo tipo: un insieme di fili fantasma che attraversano vite, luoghi, memorie, identità e che solo la letteratura può rendere visibili.
In “Shakespeare al di là del muro”, Veronica Fernandes ricerca questi fili uno a uno: per seguirli, ascoltarli, capire come si muovono e cosa tengono insieme.
Seguendo questo filo, Hammad ha studiato la storia del teatro palestinese, in particolare la scuola teatrale fondata da Arna Mer Khamis e poi guidata dal figlio Juliano Mer Khamis. È lui a parlare di una “intifada culturale”, un’idea che Hammad non assume come slogan, ma come tensione: la cultura come forma di resistenza, e allo stesso tempo come spazio di complessità, di contraddizione, di vita quotidiana. Il Freedom Theatre, fermato in patria dallo scoppio del genocidio a Gaza, è un filo che continua a vibrare nel romanzo: cosa può il teatro? Cosa può la rappresentazione quando la realtà è frammentata, violenta, disumanizzante?
Un altro filo è infatti quello della frammentazione. Hammad insiste: non esiste un’unica esperienza palestinese. Esistono palestinesi cittadini di Israele, palestinesi dei Territori Occupati, palestinesi della diaspora, palestinesi dei campi profughi. Condividono una cultura, ma non condividono le stesse condizioni materiali, né lo stesso tipo di oppressione. Nel romanzo, la messa in scena di Amleto diventa il telaio su cui queste differenze si incontrano: il teatro permette ai personaggi di confrontarsi con gelosie, amori, divergenze, ferite, ma anche con ciò che li unisce.
Un ricamo che cerca la verità delle relazioni.
I fili che si avvicinano, si allontanano, si intrecciano sono in particolare due: una è Sonia, attrice della diaspora, è disorientata, attraversata da un senso di smarrimento personale ma non solo; l’altro è Mariam, regista rimasta in Palestina, radicata, orientata, consapevole.
Tra le due si crea un rapporto fatto di attrito e attrazione, ma anche di cura reciproca: una forma di sorellanza (di scelta, ma anche di sangue, con il personaggio della sorella di Sonia), ma anche di maternità condivisa, come la definisce Hammad: un legame non parentale, che tiene insieme la vulnerabilità e la forza, la perdita e la possibilità.
Per costruire Sonia, Hammad si è ispirata a Lo spazio vuoto di Peter Brook, un testo fondamentale della teoria teatrale. Brook parla dell’esaurimento del teatro occidentale, della coesistenza — spesso sterile — tra musical commerciali e avanguardie. Sonia, che ha lavorato nel West End, incarna questa stanchezza: il suo ritorno in Palestina non è una terapia, ma una riorientazione, un movimento che la riporta a un luogo dove il teatro è un laboratorio umano e politico.
Proprio per questa umanità così centrale, Hammad rivendica la libertà della letteratura di non essere un reportage o un compendio politico. Il romanzo deve poter restare uno spazio di complessità, di ambiguità, di immaginazione. E anche se è inevitabile che un libro come Entra il fantasma venga approcciato per “capire la Palestina”, soprattutto oggi, è importante ricordare che questa aspettativa rischia di trasformare l’opera in un simbolo, e l’artista in un veicolo di rappresentazione.
L’arte può fare la differenza, ma non va sovraccaricata di aspettative: entra “dalla porta di servizio dell’anima”, tocca la dimensione del sogno, apre possibilità. Non salva, ma riconnette. In un suo saggio, infatti, Hammad parla dell' “a-ha moment”, l’istante in cui due esseri umani si riconoscono; ma avverte: il riconoscimento non basta.
Così come la letteratura può generare epifania, ma è solo l’inizio: il resto (il cambiamento, la responsabilità, l’azione) spetta ai lettori, alla società, alla politica.
Entra il fantasma è un ricamo che continua a crescere, un insieme di fili fantasma che conducono attraverso la Palestina, il teatro, la diaspora, la memoria, la cura. E che, proprio per questo, continuerà a essere necessario, e vivo, anche quando l’oggi sarà il fantasma di ieri.