Gestazione per altri: un dibattito bioetico
«Aiutare un'altra persona o coppia a diventare genitori portando in grembo un bambino, è un atto di libertà riproduttiva che nessuno dovrebbe impedire?». La gestazione per altri è tema divisivo e complesso, impossibile da trattare senza far trasparire le proprie convinzioni etiche e filosofiche. Luca Savarino, professore associato di Filosofia morale e Bioetica presso l'Università del Piemonte Orientale (UPO), nonché membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, lo ha voluto affrontare alla sua maniera, in modo interattivo, svolgendo più il ruolo di conduttore che di vero e proprio relatore.
L'obiettivo, dichiarato sin da subito, era infatti quello di stimolare il dibattito dei partecipanti, fornendo solo alcune nozioni di base sulla storia della gestazione per altri. La storia di questa «rivoluzione» scientifica nasce nel 1978, quando nacque la prima bambina concepita tramite fecondazione in vitro. Per la prima volta un embrione veniva creato fuori dall'utero e poi trasferito al suo interno, spezzando il naturale processo riproduttivo — rapporto sessuale, fecondazione, gestazione, parto — che fino ad allora aveva coinvolto solo due persone.
Da quel momento, al processo riproduttivo hanno potuto partecipare anche terze persone: i donatori di sperma o di ovociti.
La genitorialità così è passata dall'essere «affare di coppia», ad includere tre o addirittura quattro persone.
Una trasformazione che ha aperto la genitorialità a coppie sterili, coppie omosessuali e persone single, ma che ha anche aperto un dibattito, prima impossibile, sulla corretta definizione di «madre».
Il passaggio successivo è quello della gestazione per altri, dove una coppia «committente» chiede a una terza persona di portare avanti la gravidanza per suo conto, consegnando poi il neonato ai committenti. Attenzione - avverte l'autore - a non chiamarla «utero in affitto», un'espressione solo apparentemente neutra — perché in realtà accosta la pratica alla prostituzione e ne presuppone la natura commerciale. Da un altro lato, dire «maternità surrogata» è più neutro, ma anche logicamente scorretto, perché dà per scontato che la gestante sia, appunto, una madre. Su queste, volutamente scarne, premesse, si è acceso il dibattito.
Il primo tema emerso è stato quello della dignità. Mettere il proprio corpo a disposizione per la genitorialità altrui è un gesto di libertà o comunque una lesione della dignità, anche quando pienamente consapevole? Ed ancora: fa differenza se la pratica sia retribuita? Molti hanno espresso dubbi sulla reale libertà di chi accetta di essere «gestanti per altri» per necessità economica, e sul fatto che i "casi" gratuiti siano davvero disinteressati. Nonostante questi rischi, c'è stato chi si è dichiarato favorevole alla piena libertà della pratica, portando esempi di una coppia che ha mantenuto con la gestante rapporti di reciproco affetto.
Altro tema è stato quello del rapporto tra neonato e gestante. È sempre vero che il legame materno si instaura sin dalla nascita? Secondo alcuni no, è un legame che si costruisce nel tempo, dopo la nascita, più che prima. Perciò, non avrebbe senso negare la maternità surrogata sul presupposto che durante la gestazione potrebbe crearsi un rapporto affettivo tra «madre» e neonato. Ma c'è anche chi replica che la situazione di conflitto tra una gestante che volesse «tenere» il proprio neonato e una madre biologica che invece lo reclamasse per sé sarebbe psicologicamente ed eticamente insostenibile. Il dibattito ha offerto anche un parallelismo interessante: perché la GPA, ad oggi, è vietata, mentre la donazione di organi è invece permessa? In fondo, si è sostenuto, chi dona un rene dopo la donazione ha danni molto più gravi e permanenti di chi ha portato in grembo il figlio di altri. Eppure, la legge vieta solo la vendita di organi.
Paradossalmente, quindi sembrerebbe che salvare una vita sia più importante di farne nascere una.
Non sono mancati gli scontri in un dibattito in certi momenti molto acceso. Alla fine, Savarino ha lasciato il suo pubblico con una provocazione: «non so se cambiare idea sia una buona cosa, ma se non l'avete cambiata spero almeno che potrete argomentare quella che avete mantenuto».