11 | 09 | 2026

Il rumore della pioggia? È bacon

Manlio Castagna e Nicola Lucchi guidano il pubblico tra errori, trucchi e anacronismi, svelando i meccanismi che danno vita alla magia del cinema.

Che cosa hanno in comune un croissant che si trasforma in un pancake, un paio di scarpe Converse nella Francia del Settecento e il bacon?
Sono tutti indizi dell’inganno su cui si fonda il cinema: un mondo nel quale anche un errore può raccontare una storia e il rumore della pioggia può nascere dentro una padella. È proprio dagli errori più celebri della storia del grande schermo che Manlio Castagna e Nicola Lucchi hanno condotto il pubblico dietro le quinte della finzione cinematografica. Regista, scrittore e critico il primo, sceneggiatore ed esperto di storia del cinema il secondo, i due relatori hanno mostrato come sviste, incongruenze e dettagli fuori posto possano rivelare i complessi meccanismi necessari alla realizzazione di un film.

L’errore rappresenta infatti un punto di osservazione privilegiato: quando qualcosa non torna, la finzione si incrina e lascia intravedere ciò che la rende possibile. Il cinema stesso, come suggerisce anche F for Fake di Orson Welles, è un inganno continuo.
I professionisti che lo realizzano potrebbero essere definiti “bugiardi al servizio della verità”: costruiscono qualcosa di artificiale per suscitare nello spettatore emozioni autentiche.

Lo spettatore sa di trovarsi davanti a una finzione, ma accetta di credere a ciò che vede. È la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”, l’accordo implicito senza il quale nessuna storia potrebbe davvero funzionare. Nel corso dell’incontro, la proiezione di spezzoni celebri ha coinvolto il pubblico in una sorta di gioco, invitandolo a individuare gli errori nascosti nelle immagini.

Questa ricerca ha permesso di mostrare come il cinema manipoli suoni, spazi e tempi. Persino il rumore della pioggia può essere riprodotto artificialmente cuocendo del bacon. Anche il montaggio svolge un ruolo fondamentale: consente di eliminare passaggi superflui, modificare il ritmo e, in alcuni casi, persino salvare un film. Attraverso le cosiddette microellissi, alcune parti dell’azione vengono omesse perché mostrarle per intero rallenterebbe inutilmente il racconto. Un taglio, quindi, non rappresenta necessariamente una mancanza, ma può corrispondere a una precisa scelta narrativa. Altre volte, invece, le scene eliminate lasciano nella storia tracce evidenti. È il caso de I Goonies, dal quale furono rimosse diverse sequenze che ne rallentavano il ritmo.

In questo modo vennero però sacrificate anche le spiegazioni di alcuni momenti rimasti nella versione definitiva.

Quando la storia riesce a coinvolgere profondamente, tuttavia, lo spettatore tende a non accorgersi delle incongruenze. In Pretty Woman, per esempio, durante una scena la colazione di Vivian, interpretata da Julia Roberts, cambia sotto gli occhi del pubblico: un croissant diventa improvvisamente un pancake. La forza della narrazione rende quasi invisibile l’errore, riducendolo a una piccola macchia su un vetro perfettamente pulito.

Gli esempi tratti da film come Star Wars, Roma città aperta e Il gladiatore hanno dimostrato che gli errori non riguardano soltanto la continuità tra un’inquadratura e l’altra. Possono coinvolgere la scenografia, i costumi, la ricostruzione storica oppure la struttura stessa del racconto. In alcuni casi, ciò che appare sbagliato nasce da un problema verificatosi sul set; in altri, invece, viene assorbito dalla narrazione o trasformato in una precisa scelta espressiva. In Marie Antoinette di Sofia Coppola, per esempio, un paio di scarpe Converse compare tra gli abiti settecenteschi. L’anacronismo non viene nascosto, ma collocato in piena vista: l’elemento fuori posto interrompe per un istante la credibilità della ricostruzione storica e, allo stesso tempo, avvicina la protagonista alla sensibilità degli adolescenti contemporanei. L’incontro ha dunque invitato a osservare il cinema con maggiore attenzione, senza ridurre la ricerca delle imperfezioni a un semplice gioco.

L’errore contribuisce così al significato del film, diventando parte del suo linguaggio.

Individuare “ciò che non torna” significa riconoscere il lavoro di registi, sceneggiatori, montatori, costumisti, scenografi e tecnici del suono, ma anche comprendere le decisioni e i compromessi da cui nasce ogni film. Al pubblico resta così l’invito a tornare davanti allo schermo con occhi nuovi.
Un errore non spezza necessariamente l’incantesimo: può rivelare una necessità, un’intuizione o una possibilità espressiva inattesa. Osservarlo significa allora non soltanto scoprire come viene costruito un film, ma comprendere come il linguaggio cinematografico continui a trasformarsi.

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