09 | 09 | 2026

«Il vostro Stefano Benni, il mio amico»

A un anno dalla scomparsa di Stefano Benni, l'omaggio di Daniel Pennac sulle note immaginifiche e polifoniche di Stranalandia

Nella tradizione letteraria, il modo più comune per tenere in vita chi non c’è più non è il pianto, ma il racconto: attraverso la narrazione, si continua a far risuonare anche una voce che si è spenta, si immagina cosa avrebbe ancora da dire, la si rimette in scena riprendendola dall'altrove in cui si è trasferita.

È quello che fa Daniel Pennac, a un anno esatto dalla morte dello scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, autore televisivo, poeta e drammaturgo Stefano Benni, con Un lupo in paradiso. Benvenuti a Stranalandia, reading teatrale costruito a partire da Stranalandia, romanzo pubblicato da Benni nel 1984 con le tavole di Pirro Cuniberti. Insieme a Gigio Alberti, Pako Ioffredo e Ingrid Sansone, Pennac torna così sulle pagine dell’amico e su un rapporto trentennale, trasformandoli in una performance che mette in circolo voci, lingue e forme diverse di racconto.

Nonostante la ricorrenza, lo spettacolo rifiuta i toni da epitaffio.

Una volta in paradiso, Benni apre uno studio di psicanalisi per animali e creature con problemi umani: una formica individualista, un cane che ama il padrone ma non ne sopporta l'odore, un elefante con il complesso della proboscide. Cura anche un angelo con le vertigini, guarito dopo un anno di sedute, e il cliente successivo sarà niente meno che Dio in persona, che ammette di aver sbagliato a riposarsi il settimo giorno: lavorando di domenica, forse, l'uomo sarebbe stato meno cattivo, meno cupido, meno guerriero.

Da questo studio, la scena scivola su Stranalandia, «laboratorio della fantasia della natura», un’isola popolata da buffe creature che, attraverso la lente ironica dell’assurdo, sfidano le immaginazioni più ardite - l’unica regola è che «tutto è così strano che nulla è strano» - e mettono in scena vizi e difetti dell’animo umano. C’è un solo uomo, Osvaldo, che usa sé stesso come misura per ogni cosa, ed è circondato da un bestiario tutto particolare: ecco sfilare il Babonzo, che nasce enorme e rimpicciolisce con l’età fino a scomparire; lo Spiolo, creatura infida che, tutta concentrata ad assorbire informazioni sugli altri, non ha niente da dire su di sé; e ancora, sirene stonate, uccellini con voce di tenore e balene dal cuore spezzato che, ad ogni sospiro, rischiano di causare un naufragio.

Nella rappresentazione, le lingue si alternano quanto le voci: l'italiano rincorre il francese e la platea ride due volte per ogni battuta, una per lingua. La parola non resta mai su un solo corpo, ma passa dal narratore agli attori, si scioglie in danza mimata e canto corale, fino a lasciare, nel finale, il palco alla voce registrata di Benni

«l’unico che possa dire una parola definitiva su Stranalandia».

Si lascia che sia lui a raccontare, per ultimo, dove sia nata la sua ironia: un paese di montagna dove tutti sapevano narrare, e lo facevano affabulando, inventando quel poco che serviva per rendere vera una storia anche quando non lo era. Non è un caso che, per lasciarlo parlare per ultimo, ci siano voluti prima il lavoro e le voci di tanti altri.

Lo spettacolo non si chiude con un commiato, ma con lo stesso gesto che lo aveva aperto: qualcuno che racconta di qualcun altro per tenerlo, ancora una volta, in scena, consegnando al pubblico la sua eredità, fatta, più di tutto, di parole.

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