Intonare un controcanto nel canone del pensiero maschile
È ormai noto che la tradizione filosofica occidentale è stata, per molto tempo, in mano al pensiero maschile. Ma se, tornando a dialogare con il canone, scoprissimo che proprio quei pensatori profondamente calati nella cultura sessista da cui provengono sono stati in grado di intonare un controcanto? Giulia Sissa, grecista e docente di antichità classiche e scienze politiche alla UCLA Los Angeles, definisce il controcanto come «disegno melodico che si innalza accanto a un'altra melodia e la problematizza, la mette in discussione».
A partire da questa definizione, Sissa ha intrattenuto un vivace dialogo con Annarosa Buttarelli, filosofa della differenza sessuale ed esponente della comunità filosofica Diotima, sulla possibilità di riscoprire in alcuni pensatori canonici degli alleati inaspettati per una riflessione femminista.
Sia chiaro, l'intento non è quello di riconoscere in loro dei sostenitori dell'emancipazione femminile o dei femministi convinti; è necessario affinare lo sguardo per ritrovare, all'interno delle loro opere, le azioni e le parole di personaggi femminili capaci di creare una dissonanza tra le strette divisioni di genere. Annarosa Buttarelli ha aperto l'incontro ricordando come il patriarcato sia ancora onnipresente nella democrazia odierna, innervato nelle relazioni sociali e di potere. Sulla base di questa constatazione, è importante perseverare nella rilettura dei pensatori del canone - nel caso di Sissa Sofocle, Platone e Derrida - per riscoprire la potenza di concetti e figure lette e rilette. Nonostante l'analisi di Sissa si sviluppi principalmente intorno al pensiero della Grecia classica, Buttarelli sottolinea l'importanza di fare incursione anche nell'età contemporanea, attraverso Derrida; proprio qui, infatti, la discriminazione si ripresenta più subdola, in veste di misoginia intellettuale. Contemporaneamente, proprio oggi assistiamo al crollo di quella forma mentis binaria - corpo\anima, uomo\donna, ragione\sentimento - che ha sorretto gran parte del pensiero occidentale
«La storia della nostra forma mentis è finita, perché gli stessi risultati della forma mentis binaria sono sotto i nostri occhi»
Nell'antichità greca, Sissa riscopre il pensiero di Sofocle e di Platone, in particolare in due figure da loro raccontate: Antigone e Diotima. Già George Steiner, saggista francese, affermava che la tragedia greca era lo spazio per tematizzare il conflitto tra uomini e donne. In quest'ottica, l'Antigone sofoclea emerge come una donna irriverente, che si singolarizza rispetto al femminile plurale delle donne che accettano di essere governate. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, Antigone non è una ribelle; è una sorella che vuole adempiere al suo ruolo familiare e seppellire il fratello. Questo suo dovere - canonicamente femminile e sicuramente non sovversivo - è ostacolato dall'ira di Creonte, re di Tebe, che pretende il massimo disonore per il morto, traditore della città. Il paradosso, su cui si impernia tutta la tragedia, è proprio che Antigone deve disobbedire per obbedire a ciò che il suo ruolo le prescrive. Nello specifico, contemporaneamente adempie e si ribella al suo ruolo di donna: afferma la sua posizione di sorella nel rifiutare il femminile plurale delle donne che si sottomettono agli ordini maschili; attraverso questa azione, sfuma i confini della definizione di donna. Sissa ha ricordato che, per riuscire a sentire il controcanto intonato da Sofocle, è necessario svalutare altre interpretazioni di Antigone, come per esempio quella hegeliana.
Hegel vede il confronto tra Creonte e Antigone come lo scontro tra due sostanze etiche, la famiglia e lo stato; nell'antichità, però, non sussisteva questo netto binarismo: la famiglia era parte integrante della città. Di nuovo, il pensiero binario offusca l'incongruenza su cui Sofocle modella Antigone. Allora, come direbbe Carla Lonzi, sputiamo su Hegel!
In seguito, Sissa ha rivolto la sua analisi a Diotima, la sacerdotessa maestra di Socrate, invocata da quest'ultimo nel Simposio, dialogo platonico. Diotima ride spudoratamente in faccia a Socrate quando egli presenta un'argomentazione illogica, per poi passare a “femminilizzare” l'attività di pensiero filosofica paragonandola al parto. Contro ogni binarismo, afferma che gli uomini sono donne nel momento in cui partoriscono i loro discorsi attraverso l'aiuto di una levatrice, la bellezza.
Questa non è raggiunta attraverso la contemplazione del mondo delle idee, ma passando per l'esperienza corporea dell'incontro di corpi belli.
La sensualità fisica e materiale è condizione per la filosofia: un altro binarismo abbattuto, quello tra anima e corpo. Sissa e Buttarelli condividono questa rilettura di un Platone capace di mettere in moto le differenze, dialettizzare il pensiero e scardinare i binarismi.
La stessa ammirazione per Platone accomuna anche Derrida, il terzo pensatore che è stato preso in considerazione dalle filosofe. Infatti, Derrida definisce Platone inventore della decostruzione: la netta differenza tra uomo e donna non solo è ingannevole, ma è anche funzionale a perpetuare il dominio del maschile sul femminile.
Dunque, il rapporto che il femminismo intrattiene con il canone maschile può essere solo di rifiuto, come teorizzava Carla Lonzi? Secondo Sissa no e, insieme a Derrida, rilegge questi pensatori per scoprire in loro degli alleati nella pluralizzazione delle differenze di genere, in quella che lo stesso Derrida chiama «danza delle differenze». La grecista, nell'analizzare i loro pensieri, riconosce che questa possibilità di sovversione emerge in Sofocle e Platone anche grazie alla natura letterario-poetica delle loro opere. Dunque la letteratura e il teatro, attraverso la malleabilità del loro linguaggio e la potenza del non detto che riescono a evocare, si riaffermano come matrici di sempre nuove problematizzazioni.