La complessità dell'ordinario
C’è qualcosa di stranamente opprimente nell’essere e scrivere di Belfast, qualcosa che assomiglia a una spada di Damocle che punta dritto al cuore, qualcosa che grava sulla purezza della creatività e soffoca i tentativi di evasione da una narrativa ormai figlia del suo tempo, la quale ritrae una città congelata nel suo passato doloroso, un’identità collettiva scettica, un lutto pervasivo che è costantemente riacceso dalla vista di muri divisori per strada. Il conflitto settario nordirlandese si consumò tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni novanta, ma, ancora oggi, rimane il filo conduttore che anima la maggior parte del mercato editoriale di questo paese, incasellandolo in un polveroso storicismo che pecca di anacronismo.
Wendy Erskine, autrice delle collezioni di racconti Dance Move e Dolce Casa (edito Atlantide) e dell’illuminante romanzo I Benefattori (edito Atlantide), rifiuta con garbo e risolutezza questa forzata omologazione al panorama letterario del suo paese e, nonostante la presenza latente del fantasma della storia della sua città, confeziona storie contemporanee, pregne di imperfezione, di cuore e di umorismo. Questo non è un tentativo di negazione delle proprie radici storiche, ma un lavoro certosino di rappresentazione della sfaccettata realtà delle persone che abitano, che danno respiro a questa città, superando un’unica narrazione dominante che tradirebbe la complessità di questo luogo e della sua gente.
«È, e al tempo stesso non è, un romanzo su Belfast. […] Non esiste un’esperienza omogenea di Belfast o dell’Irlanda del Nord. Queste cose possono coesistere: abbiamo un passato complicato […], ma allo stesso tempo abbiamo altre questioni, che sono le stesse questioni di tanti altri luoghi.»
Erskine, mentre dialoga con Ilenia Caito, sposta, dunque, il suo mirino altrove, verso territori che considera più urgenti, sebbene universali: la violenza di genere, il privilegio come rendita silenziosa, il classismo che si insinua nelle trame più strette della vita umana e sociale, la genitorialità spinta fino ai margini scivolosi dell’etica. Sono tutte tematiche che non hanno bisogno di un contesto storico eccezionale per manifestarsi, ma accadono ovunque, in qualsiasi momento. È proprio seguendo questo leitmotiv che ribadisce il proprio impianto realista e la sua venerazione per l’ordinario, il comune, sostenendo che la vita è fatta soprattutto di banalità, e che queste contengono tanto la gioia, l’umorismo, il lieto fine, quanto il dolore, il lutto, la tristezza, in una misura che raramente fa notizia, ma che risulta profondamente umano ai lettori e alla sua sensibilità di scrittrice.
I benefattori, romanzo nominato al Women’s Prize for Fiction 2026, è l’apogeo di tutte queste accortezze. Per Erskine, arrivando da una tradizione ridotta, quella dei racconti, il salto verso il romanzo è stato netto e consapevole, mai un compromesso di comodo. La ricerca di una storia corposa, capace di respirare su scala più ampia come quella di Misty, la protagonista vittima di un’aggressione sessuale da parte di tre ragazzi, e quella delle tre madri, donne facoltose che non hanno nulla in comune se non il desiderio di proteggere i loro figli dalla colpevolezza con qualunque mezzo possibile, è stata una vera e propria folgorazione che le ha permesso il lusso di affezionarsi ai personaggi, a differenza delle impalpabili presenze nei racconti.
Eppure, questa transizione verso un genere rigido come il romanzo, non ha significato, per Erskine, un cedimento alla linearità. Con arguzia e sperimentalismo, ha disseminato il testo di oltre cinquanta inserti, voci anonime che interrompono di continuo la trama centrale per animarla da angolazione impreviste. L’architettura polifonica del suo romanzo è dichiaratamente debitrice del suo lavoro di insegnante, un lavoro che consiste, in fondo, nell’ascoltare simultaneamente un grande numero di ragazzi e dar loro la giusta attenzione. Il romanzo di Erskine sembra replicare questa idea del coro greco, una polifonia di voci che nella sua dissonanza restituisce qualcosa di più vero di una narrazione ordinata.
Il titolo, però, è la vera chiave interpretativa del romanzo. Il termine "benefattori" designa in primo luogo gli uomini che pagano Misty su una piattaforma di contenuti a pagamento, uomini che amano pensarsi non come clienti, ma come mecenati, individui buoni, filantropici, gentiluomini vittoriani intenti a sponsorizzare, con la propria generosità, l’esistenza di questa ragazza. È un’illusione di nobiltà che trasforma una transazione in un gesto di carità, e proprio su questo scarto - fra ciò che il denaro compra e ciò che il donatore crede di offrire - si costruisce una delle riflessioni più taglienti di questo romanzo: fino a che punto un atto filantropico resta genuina beneficenza, e a partire da quale soglia diventa, invece, un esercizio egotistico, un teatrino allestito per lo sguardo altrui?