La corporeità delle parole
Che percorso compie una poesia? Da dove sorge e dove trova il suo compimento ultimo?
A partire da questi interrogativi si muove l'ultima opera del poeta Valerio Magrelli, che ha dialogato qui a Mantova con Stefano Bottero tra gli splendidi affreschi del Teatro Bibiena. I due scrittori hanno sviluppato un'ampia riflessione sulla poetica di Magrelli a partire dalla sua ultima uscita, Bel passato, un intreccio di poesia e poetica in cui ogni componimento è seguito da un commento dell'autore. In questa raccolta ibrida emerge una delle tematiche più caratteristiche della poetica dell'autore: la prossimità tra il corpo del poeta e la parola che egli plasma. La poesia è vista come una goccia che cade dal corpo, una particolare sfumatura della parola che, per essere viva e incisiva, deve necessariamente avere origine da una dimensione materiale. Tutta la poesia di Magrelli è pervasa da questa concezione lirica della materia, che spesso porta a rivolgere lo sguardo verso una dimensione infra-ordinaria, quasi quotidiana. Come Montale si muove tra alberi di limoni, invece che tra piante rare dai nomi aulici, così Magrelli, nella poesia posta in apertura di Bel passato, vede la doccia di casa sua come un possibile luogo di raccoglimento ascetico.
La caduta di questa goccia dai lembi del corpo, tuttavia, non è mai pacifica o sgombra da sofferenze; al contrario, la nascita della poesia per Magrelli è sempre accompagnata e preceduta da un'inquietudine di fondo. Nella poesia Paraetimologie, contenuta nella raccolta Exfanzia (edita Einaudi), il poeta propone una provocante falsa etimologia del termine poesia, facendola derivare da “pus” e collegando l'atto poetico a un'infiammazione del linguaggio e a una secrezione del corpo. La parola poetica, dunque, non è né un oracolo divino né frutto di una visione astratta, al contrario, è profondamente radicata nella materialità e nella corporeità del poeta. Caratteristica peculiare della scrittura di Magrelli è proprio questa capacità di concretizzare la caduta della goccia attraverso il proprio linguaggio; Bottero la definisce “una sensazione di sfregamento del corpo contro la parola”. La nascita della poesia - la caduta della goccia - ha dunque origine da una condizione di sofferenza che affligge il poeta. Magrelli, tuttavia, ricorda come questo stato di disarticolazione esista anche prima dell'arrivo della poesia: questa non nasce da un ordine che si disgrega, ma da una complessità già presente di cui bisogna dare conto. Non c'è nessun paradiso idilliaco a cui tornare. Riprendendo una celebre frase di uno dei suoi poeti preferiti, Henri Michaux, Magrelli afferma:
«mi costruisco su una colonna assente. Non c'è una struttura pre-esistente da recuperare e nemmeno un programma prescrittivo da seguire; la poesia si erge nel vuoto di una colonna mancante.»
Partendo dalle parole dei suoi poeti del cuore e dalla loro capacità di dare concretezza al linguaggio, il poeta ripropone la sua personale concezione di poetica. Per l'introduzione di Bel passato gli erano state richieste settanta pagine; lui ne scrive tre e mezzo. Questo perché, per Magrelli, una poetica che prescriva il tipo di postura della poesia ancora prima che questa sia formulata rappresenta un tentativo di scassinare il testo, di costringerlo a delle forme già configurate.
«Ogni manifesto pre-scrive, mentre io posso soltanto produrre post-scritti […] Io non so dove vada la mia scrittura, ma scrivo appunto per scoprirlo»
dice nell'introduzione. Di nuovo, un tipo di scrittura che si erge sul fantasma di una colonna assente. Una poesia che parte dal corpo non può non percepire i propri limiti. Se la parola poetica astratta e aulica può ergersi al di sopra della materialità, la poesia che nasce dalla carne sa di essere finita e limitata. Questo forte senso di finitezza, unito a un umorismo molto sottile, è rintracciabile nella percezione di oppressione che permea le poesie di Magrelli. In Didascalie per la lettura di un giornale, il poeta conia l'ironico aforisma: “la legge morale dentro di me e l'antenna parabolica sopra di me”. Parodizzando la celebre frase kantiana, che vede il cielo stellato al di sopra come un'immensità incomprensibile, Magrelli restituisce questo senso di finitezza materiale; la vastità del cielo stellato è ostruita dalla presenza di un'antenna parabolica. Con un sottile riferimento alla pervasività del potere e della burocrazia, che Magrelli definisce la sua peggior nemica, il poeta si vede intrappolato in una gabbia, privato di ogni possibilità di infinito.
Tuttavia, sono proprio l'oppressione di cui il poeta si sente oggetto e la sua capacità di rimanere calato nel mondo materiale che gli permettono di scrivere poesia. Come ricorda anche Bottero, la poesia di Magrelli cade come una goccia dal corpo e deve parte della sua essenza alla percezione di questa gabbia; la sua lingua è materica, fatta di scarti e di ferite. Scrivere può essere allora il tentativo di fare i conti con questa asfissiante corporeità.