La dignità come forma di resistenza
L’Europa di oggi sembra ossessionata dai propri confini e bloccata in un lessico politico sempre più stretto. Un’ansia di definizione che incasella vite e percorsi umani dentro le categorie della nazionalità.
Ma cosa resta fuori da questo perimetro? E cosa succede quando la memoria di una sola persona mette in discussione la storia scritta dal potere?
Nel lavoro di Lea Ypi, politologa e filosofa albanese, e nel suo Dignità (Feltrinelli), le risposte non sono mai consolatorie. Confrontandosi con il giornalista e reporter Christian Elia muove una riflessione partendo da un affresco storico e geografico che ha il suo centro gravitazionale nella Tirana del 1936, ’anno in cui la nonna di Ypi, Leman, cresciuta a Salonicco con una famiglia dell’élite dell’Impero Ottomano, mette piede per la prima volta in Albania a diciotto anni, Paese che, prima di quel momento, aveva conosciuto solo attraverso i racconti familiari.
Si tratta di una fase cruciale per il giovane Paese balcanico: nato nel 1912 e riconosciuto dalla Società delle Nazioni nel 1920, l’Albania vede in quel momento l’affermarsi del re Zog I, ex presidente della Repubblica autoproclamatosi monarca, intento a navigare tra le spinte liberali e l’ascesa dei fascismi europei.
Nel libro è la descrizione dell’Albania a fare da sfondo a questa traiettoria con tre aggettivi:
«bella, tormentata e noiosa»
presi in prestito dai resoconti del giornalista Joseph Roth per tratteggiare la monarchia dell'epoca. Un quadro a cui Ypi sceglie di affiancare la propria personale sintesi per definire il legame profondo e irrisolto con il Paese: «tormentata e tormentante».
Un'inquietudine strutturale che riflette la storia di uno Stato costantemente alla ricerca della propria affermazione di fronte alle pressioni continentali. In questo contesto si presenta la figura del medico ebreo di Salonicco e, con essa, l’interrogativo esistenziale che attraversa i Balcani, ma non solo, dal crollo degli imperi fino al dibattito politico odierno: «Tu cosa sei?».
Ypi articola una densa riflessione teorica sul concetto di cittadinanza, evidenziandone la natura astratta di perimetro di diritti e doveri che richiede di essere riempita di contenuti politici. Nel momento storico coinciso con il crollo dei grandi imperi sovranazionali, asburgico, russo, ottomano, la cittadinanza è stata riassorbita e ridefinita dalla forma dello Stato-nazione, inteso come spazio della maggioranza linguistica, culturale ed etnica dominante. Questo modello, progressista nella misura in cui rivendicava parità di diritti contro le gerarchie dell'Ancien Régime, ha mostrato ben presto il suo volto escludente. Appropriato dalle destre ed espresso in chiave etnocentrica, lo Stato-nazione rifiuta la dimensione ibrida delle identità e non ammette la presenza di chi appartiene a più mondi. Leman ne incarna la contraddizione vivente: considerata "la greca" a Tirana per essere nata a Salonicco e "l’albanese" a Salonicco per la lingua parlata in famiglia, la sua figura evidenzia l'incapacità dello Stato-nazione di gestire la pluralità.
Il problema non è il nazionalismo in sé, che potrebbe coesistere entro assetti transnazionali garantisti come l'Unione Europea, bensì il nazionalismo trasformato in veicolo di lotta politica per l'affermazione di una nazione dominante.
Cercando tracce di sua nonna negli archivi della Sigurimi (i servizi segreti della dittatura comunista), Ypi ha toccato con mano i limiti delle carte statali. Ogni documento è frutto del contesto che lo ha prodotto. Che si tratti della logica di partito dei regimi totalitari, della prospettiva burocratica degli Stati liberali o dell'impostazione androcentrica che per secoli ha escluso le donne dalla condizione di soggetti giuridici ufficiali, la fonte d'archivio non garantisce un'oggettività neutrale, ma costruisce una propria narrazione fittizia dotata di autorità.
Esiste un filo diretto tra Libera e Dignità che nasce proprio attorno alla questione nodale e profondamente esistenziale di chi abbia il diritto di scrivere la storia. L'uscita di Libera aveva suscitato in Albania un'accesa serie di polemiche su quanto lo sguardo individuale, e in particolare la prospettiva parziale e soggettiva di una bambina a cavallo tra comunismo e capitalismo, potesse ergersi a narrativa universale e rappresentare la memoria collettiva di un intero Paese. È una riflessione che mette in discussione l'affidabilità stessa del singolo nell'interpretare i grandi mutamenti storici. A questa storia contesa e a quella scritta dai "vincitori" o dalle burocrazie si contrappone la trama delle fonti personali, della memoria affettiva e dei racconti orali. Attraverso testimonianze intime e tracce apparentemente marginali la memoria individuale conserva l'eco di una convivenza plurale che gli archivi di Stato hanno sistematicamente rimosso. Sorge così un paradosso storiografico e filosofico: la letteratura e la finzione dichiarata possono contenere un grado di sincerità e autenticità superiore rispetto a un archivio ufficiale che spaccia la propria verità ideologica per oggettività assoluta.
Questa lente critica permette di leggere anche le fratture del presente. Le mobilitazioni popolari che in Albania hanno visto i cittadini scendere in piazza contro le speculazioni edilizie e la svendita del bene pubblico si inseriscono in una reazione più ampia contro l'oligarchizzazione della democrazia, processo che riduce la sovranità popolare al potere effettivo del capitale finanziario.
Al contempo, le relazioni storiche tra Italia e Albania mostrano un’ambiguità mai del tutto rielaborata. Dai pregiudizi e dalle discriminazioni vissute dalla comunità albanese dopo le crisi del 1991 e del 1997, anno segnato dalla tragedia del pattugliatore Kater i Rades, si è giunti a un'intesa istituzionale per la gestione dei centri di detenzione per migranti con l'Italia. Se gli interessi materiali e i finanziamenti contano indubbiamente nel determinare tali scelte, sul piano politico pesa soprattutto la priorità strategica dell'Albania di fare ingresso nell'Unione Europea. In un'Europa il cui baricentro politico guarda a destra, per Tirana stringere un'alleanza tattica con un governo di destra europeo diventa un passaggio funzionale ad appianare il percorso di adesione. Ne emerge una dinamica strutturalmente asimmetrica: un legame che fatica a celare la persistenza di riflessi neo-coloniali, rivelando come il superamento effettivo del colonialismo da parte dell'Europa sia, nei fatti, un processo ancora lontano dall'essere compiuto.
Di fronte alle contraddizioni contemporanee, il pensiero di Ypi richiama la matrice filosofica kantiana. Evocando la metafora senecana della "stanza piena di fumo", la dignità viene sottratta all'idea di una semplice ritirata dal mondo o di un cedimento alla distruzione. Essa risiede, piuttosto, nell’esercizio della ragione morale e nella presa di responsabilità del singolo di fronte alle ingiustizie.
«Lo scarto tra l'ideale e l'ideologia è il luogo in cui la critica risiede»
è proprio all'interno di questa distanza che la memoria personale cessa di essere puro ricordo passivo e si trasforma in uno strumento permanente di resistenza democratica contro l'omologazione del potere.