10 | 09 | 2026

La pausa prima della scrittura

Il tempo per rendere l'esperienza racconto
“Nel pieno della sofferenza i dilettanti iniziano a scrivere, ma i professionisti si prendono una pausa “

riflette Sandro Veronesi, ricordando Carmelo Bene. L’essersi preso quella pausa sembra rivelarsi nell’intensità dei tre brani che lo scrittore due volte vincitore del Premio Strega sceglie di leggere per gli spettatori, tratti dalla sua ultima raccolta Caducità (La nave di Teseo). La sua prosa precisa eppure naturale, quale emerge da un lungo lavoro di rielaborazione, attraversa tutti gli stati emotivi rivisitati dal narratore, scaturendo nel pubblico risate, assensi pensierosi con la testa, silenzi improvvisi di fronte alle rivelazioni più drammatiche.

Sotto il gazebo invaso dalla pioggia, il suono dell’acqua accompagna la voce esperta dell’autore, che si mostra affidandosi completamente ai suoi racconti brevi autobiografici, libero dal freno che dice di avere nel parlare di sé nei romanzi. Nessun intermezzo o commento finale: le storie parlano per lui. E se Martin Amis sosteneva che scrivere bene significa scrivere per ciò che si è, allora si può dire che Veronesi sa mostrare sé stesso con la minima distanza tra la sua personalità e la sua voce narrante. Dai tre episodi da lui riportati nasce così un autoritratto limpido, per quanto necessariamente incompleto. Condivide con gli ascoltatori “quello spavento che risale a ciò che ci è familiare” nell’affrontare la malattia della madre, il pentimento dell’aver sconsideratamente gettato via un oggetto prezioso per il suo valore nostalgico, e glorie, timori e colpi di scena della sua esperienza adolescenziale del tennis.

In particolare la separazione tra vita e scrittura sembra assottigliarsi nel racconto sulla malattia della madre, in cui Veronesi lascia che il racconto trasmetta il suo dolore. È qui che la pausa di cui parlava prima della lettura acquista il suo pieno significato: dare il tempo e la distanza emotiva necessarie a rendere l’esperienza racconto. Julio Cortàzar affermava che un racconto riuscito si stacca dall’autore e vive di vita propria. In questo senso le storie movimentate di Veronesi catturano l’attenzione del gazebo fino alla fine dell’incontro, senza bisogno di spiegazioni ulteriori, e continuano a vivere nelle interpretazioni che ogni ascoltatore non può che cercare per conto suo mentre riapre l’ombrello avviandosi nella pioggia.

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