11 | 09 | 2026

L'arte della ritraduzione

Carmen Gallo e Vincenzo Latronico dialogano su gioie, dolori, paradossi e politica nei classici ritradotti

In una conversazione divertente e brillante con la traduttrice Marta Olivi, gli scrittori Carmen Gallo (Tecniche di nascondimento per adulti, Procne Machine) e Vincenzo Latronico (Le perfezioni, Una splendida rovina) si presentano in una veste un po’ diversa al pubblico di Festivaletteratura. Nel corso degli anni, infatti, si sono cimentati in traduzioni di autrici e autori contemporanei, ma anche in ritraduzioni di classici della letteratura inglese e francese. Gallo si è occupata di Shakespeare e di T.S. Eliot, proponendo per The Waste Land il nuovo titolo La terra devastata. Latronico, invece, ha affrontato le ritraduzioni de Il conte di Montecristo, Il ritratto di Dorian Gray, Tenera è la notte e diverse opere di Orwell, tra cui Millenovecentoottantaquattro.

Ritradurre è sempre sintomo di vitalità dei classici e un modo per far coesistere diverse interpretazioni di testi che ribollono e respirano a distanza di decenni o secoli. Eppure, le ritraduzioni possono spesso scaldare gli animi, soprattutto quando il lettore sente di aver perso la voce della versione che conosce, magari fin da adolescente (come nel caso della nuova edizione del Signore degli Anelli), oppure quando un titolo si è cristallizzato nella storia della letteratura (come è successo con La trasformazione che ha affiancato il celeberrimo La metamorfosi di Kafka). Ma perché si è così refrattari al cambiamento e alla coesistenza di più versioni di un classico?

Per Gallo e Latronico il cortocircuito sta proprio nel mondo in cui il pubblico interpreta, spesso fraintendendo, la cultura della traduzione. La traduzione non è una scienza e, al di là di errori o fraintendimenti oggettivi, non esiste una soluzione giusta. I classici non possono essere vissuti in modo passivo o rimanere chiusi in una teca. Riproporre una nuova versione è un atto che tiene conto della fruizione del pubblico presente e delle generazioni future. Anche se è quasi automatico aspettarsi una patina anticata e l’effetto color seppia in una qualsiasi edizione di Orgoglio e pregiudizio, del teatro di Shakespeare e del pantheon della letteratura mondiale, ogni classico è stato in realtà un folgorante contemporaneo.

Omero è stato il Bret Easton Ellis dei suoi contemporanei

A fronte di un’idea conservatrice dei classici, secondo cui più un libro sembra vecchio più è autorevole, Gallo ricorda che la letteratura è sempre fatta da esseri umani e ogni esperienza, epoca o cultura introduce inevitabilmente nelle sue opere un’impronta che è spesso irripetibile in altre lingue o contesti. Insomma, l’impossibilità di una corrispondenza, di una parafrasi perfetta è un lutto che dobbiamo elaborare.

Ritradurre e far coesistere più versioni di uno stesso libero è un modo per mettere in luce tutte le sfaccettature e le ambiguità di personaggi, storie e lingue, soprattutto quando un testo contiene una buona dose di non detti e parole senza un corrispettivo fedele.

Ed è proprio sulla fedeltà che si concentrano Gallo e Latronico. Tra il mito della belle infedèle e le bistrattate traduzioni di servizio, vicine all’originale ma considerate automaticamente brutte, si crea un paradosso che non aiuta nessuno. Da una parte, la resa fedele viene ridotta a un ruolo riproduttivo e poco inventivo, a un lavoro nell’ombra che opera per sottrazione e invisibilità, mentre nella traduzione d’autore viene notato un afflato più narcisistico e produttivo, uno sforzo più rischioso ed esposto che non di rado attira critiche al traduttore.

D’altra parte, c’è sempre una scelta politica nella traduzione, nel modo in cui si affrontano le questioni di genere, razziali, storiche e sociali. Perché Giulietta deve esprimere la sua esuberanza amorosa con perifrasi astratte in italiano quando Shakespeare è più diretto? O un traduttore dovrebbe svelare la passione omoerotica del pittore Basil Hallward per Dorian Gray scegliendo termini più romantici per il suo «quite a romance»? Un caso analogo si è visto nella presa di posizione della traduttrice inglese Emily Wilson di rendere l’epiteto per eccellenza di Ulisse, polýtropos, come «a complicated man».

Insomma, non c’è mai la garanzia che le ritraduzioni siano migliori, più efficaci o che vengano recepite in termini favorevoli, eppure è necessario provare ad allargare l’orizzonte di versioni per sintonizzarsi con la lingua del proprio tempo, ricontestualizzare le parole alle loro epoche e far emergere temi o personaggi che si sono persi in un lavoro che non è oggettivo o perfetto. Perché in fondo le (ri)traduzioni non sono e non saranno mai neutre.

Festivaletteratura