11 | 09 | 2026

L'arte sotto l'occhio dell'algoritmo: quando la creatività diventa performativa

Da Spotify al mondo dell'editoria, Alberto "Bebo" Ghidetti, Espérance Hakuzwimana e Lorenzo Fantoni interrogano il rapporto sempre più complesso tra creatività, mercato e algoritmi

Che cosa succede all’arte quando a decidere quanto deve essere vista, ascoltata o ricordata non è più soltanto il pubblico, ma anche un algoritmo? È questa una delle domande centrali emerse durante la conferenza “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità algoritmica”, che ha visto confrontarsi Alberto “Bebo” Guidetti, Espérance Hakuzwimana e Lorenzo Fantoni sul rapporto tra produzione artistica, piattaforme digitali e necessità di essere costantemente presenti.

A fare da filo conduttore è stata una parola apparentemente tecnica, ma ormai entrata profondamente nella nostra quotidianità: la performatività. Non si tratta più soltanto di creare un’opera, scrivere un libro o comporre una canzone, ma anche di costruire continuamente l’immagine di chi quell’opera la produce. Un esempio particolarmente efficace è quello di Spotify Wrapped, l’evento annuale con cui la piattaforma restituisce agli utenti una sorta di ritratto musicale dell’anno appena trascorso. Ma anche questo momento, apparentemente innocuo, nasconde una dinamica interessante: sapendo che i propri ascolti verranno trasformati in una classifica personale, alcuni utenti finiscono per modificare volontariamente ciò che ascoltano, cercando di costruire una determinata immagine di sé. L’ascolto diventa così una performance.

«se anche il pubblico si comporta in maniera performativa, quanto questo fenomeno influenza chi l’arte la produce?»

La domanda posta da Lorenzo Fantoni durante l’incontro è stata inevitabile: «se anche il pubblico si comporta in maniera performativa, quanto questo fenomeno influenza chi l’arte la produce? Gli artisti scrivono ancora per sé stessi o iniziano, consapevolmente o meno, a scrivere per la macchina?»

Per Espérance Hakuzwimana la risposta è netta: non bisogna scrivere per l’algoritmo. La scrittrice ha raccontato quanto sia stato complesso, soprattutto all’inizio della sua carriera, comprendere il funzionamento del mondo editoriale. L’idea secondo cui uno scrittore può semplicemente dedicarsi alla propria opera, pubblicarla e lasciare che il tempo faccia il resto si scontra con una realtà molto più complessa, nella quale entrano in gioco mercato, case editrici, promozione e visibilità. La sua scelta, però, è quella di non inseguire i meccanismi del momento. «Un libro deve poter restare accanto al proprio autore per anni», dice Espérance, senza necessariamente trasformarsi in un contenuto da consumare finché è di tendenza, e definendo una delle sue principali battaglie proprio il tentativo di separare l’azienda, la casa editrice e il mercato da ciò che costituisce la propria arte.

Un ragionamento simile è stato applicato da Alberto “Bebo” Guidetti al mondo musicale. Autore de Il capitale musicale, libro dedicato al mercato della musica, Ghidetti ha evidenziato come le piattaforme siano tutt’altro che strumenti neutrali: sono vetrine intelligenti, progettate per orientare comportamenti e consumi. Spotify, per esempio, attraverso iniziative come Wrapped, riesce a riportare periodicamente l’utente all’interno di percorsi che sono anche economicamente vantaggiosi per la piattaforma. Ma la pressione non riguarda soltanto chi ascolta la musica. Esistono strumenti come Spotify for Artists, attraverso i quali gli stessi musicisti ricevono indicazioni e sollecitazioni su come aumentare la propria visibilità, mantenere l’attenzione del pubblico e sfruttare al meglio la piattaforma. Il risultato, secondo Guidetti, è una trasformazione profonda della produzione musicale. Se in passato un artista poteva pubblicare un album ogni due o tre anni, oggi la necessità di rimanere costantemente “sul pezzo” spinge verso la pubblicazione continua di singoli; l’album, inteso come opera complessiva, rischia così di perdere centralità, sacrificato alla necessità di mantenere il nome dell’artista continuamente presente nei flussi della piattaforma.

La questione non riguarda però soltanto Spotify. Lorenzo Fantoni ha spostato il discorso sui social network e sulla pressione esercitata sui creatori dalla necessità di dimostrare continuamente di stare facendo qualcosa. Non basta più lavorare: bisogna far vedere che si sta lavorando. Bisogna mostrare il computer acceso, il libro che si sta scrivendo, lo studio, il progetto in corso. Il rischio è che anche il processo creativo diventi così un contenuto da pubblicare.

Hakuzwimana ha raccontato di preferire, al contrario, proprio ciò che i social sembrano rendere sempre più difficile: non fare niente, annoiarsi

Perché è proprio nel tempo vuoto, nell’assenza di stimoli immediati e nella possibilità di perdersi nei propri pensieri che può nascere la creatività più autentica. A rendere ancora più concreto questo problema è stata la sua esperienza durante il 2020, nel periodo successivo all’assassinio di George Floyd. In quel momento la sua visibilità su Instagram è cresciuta improvvisamente, arrivando a circa 15.000 follower; un risultato che avrebbe potuto essere vissuto soltanto come un successo, ma che ha portato con sé una nuova forma di pressione: che cosa sarebbe successo dopo? Avere improvvisamente migliaia di persone che osservano ciò che si fa significa anche sentirsi obbligati a continuare a produrre. Ogni libro letto, ogni pensiero condiviso, ogni nuova creazione può trasformarsi in un’aspettativa. E dietro all’entusiasmo per la crescita del pubblico compare una nuova paura: quella di deluderlo.

È qui che la performatività assume una dimensione ancora più ampia. I social non ci spingono soltanto a produrre: ci spingono a costruire una versione presentabile di noi stessi; attraverso ogni post scegliamo cosa mostrare e cosa nascondere, quali libri leggere, quali parole utilizzare, quali oggetti fotografare, quale musica associare alla nostra immagine. A causa di questo, anche l’attivismo rischia di diventare una performance.

Ma come si può parlare di temi sociali e politici senza trasformare anche l’impegno in una semplice strategia di visibilità?

Hakuzwimana ha raccontato che il primo capitolo del suo primo libro si intitola “Io non volevo fare l’attivista”. La sua aspirazione originaria era semplicemente quella di fare la scrittrice ma, con l’arrivo dell’urgenza, la consapevolezza di non poter più rimanere immobile davanti a determinate situazioni l’ha portata a considerare la propria voce come uno strumento necessario per intervenire: da qui l’importanza di aprire gli occhi su realtà spesso marginalizzate o ignorate, dai CPR alle carceri, fino agli ospedali psichiatrici. Fare attivismo, in questo senso, non significa necessariamente costruire una performance sui social, ma assumersi la responsabilità di utilizzare la propria voce quando il silenzio non è più sufficiente.

Alla fine della conferenza rimane quindi una domanda che riguarda non soltanto scrittori e musicisti, ma chiunque oggi utilizzi i social: quanto della nostra identità stiamo costruendo per noi stessi e quanto, invece, per essere riconosciuti dalla macchina? Forse la risposta passa proprio dalla possibilità di rallentare; di concedersi il tempo necessario per scrivere un libro, produrre un album, elaborare un pensiero. Di non dover necessariamente pubblicare ogni giorno qualcosa per dimostrare di esistere.

In un sistema che chiede continuamente nuovi contenuti, la libertà più radicale potrebbe essere proprio quella di prendersi il tempo per crearli e, soprattutto, di lasciare agli artisti la possibilità di sperimentare: perché se la cultura deve continuamente dimostrare di essere efficace, visibile e vendibile, il rischio è che ciò che non funziona immediatamente per l’algoritmo smetta semplicemente di essere prodotto. La creatività, invece, ha bisogno anche di ciò che l’algoritmo non sa misurare: tempo, silenzio, ricerca e libertà.

Festivaletteratura