Le parole della migrazione
Clandestino, dal latino clandestinus, descrive ciò che è fatto di nascosto, senza il permesso dell'autorità. È forse questa la parola più comunemente associata ai migranti, o, come li chiamano i sociologi dell'Equipaggio della Tanimar - un collettivo di ricercatori delle Università di Genova e Parma che studia le migrazioni nel Mediterraneo - alle «persone a mobilità osteggiata». In un vero e proprio laboratorio linguistico (tratto dal Controdizionario del confine, Tamu /Tangerin Edizioni, 2025) i sociologi e giuristi che compongono l'equipaggio hanno fatto luce su etimologia, significato, e connessioni tra le «parole delle migrazioni». Vocaboli che descrivono il movimento osteggiato delle persone che si spostano, e che creano una ricca koinè diretta espressione della sofferenza di chi vive tra i confini.
I sociologi della Tanimar hanno scritto queste parole su grandi cartelloni, stimolando il dibattito.
In uno si legge «tobà», vocabolo derivato da una storpiatura del francese «bateau» (barca): descrive un natante costruito artigianalmente con lamiere di ferro. Una barca di fortuna, insomma, che sta a galla a malapena e che viene usata per traghettare le persone a basso costo dal sud al nord del mondo.
Su un altro c'è scritto «cachette», il nome del nascondiglio dove si nascondono gli oggetti essenziali per il viaggio. Quando un viaggio è osteggiato, non ci si porta la valigia. Si attraversano deserti, militari, porti, controlli: lo spazio è poco e va riservato all'essenziale. La logica consumistica è ribaltata: la «cosa» non serve in quanto tale, ma solo all'interesse superiore di arrivare a destinazione vivi. A tale scopo, anche il corpo stesso del migrante diventa «cachette», perché di fronte alla perquisizione solo sé stessi è luogo sicuro.
Su queste ed altre parole gli altri ospiti del gruppo della Tanimar sono stati chiamati a riflettere in maniera spontanea, associandole in un brainstorming collettivo. Ad esempio, «buco» ha richiamato il soffocamento, l'oscurità, la vulnerabilità, la solitudine, l'affollamento. A «meteo» si sono associati i concetti di tempesta, imbarcazione, naufragio. L'esercizio collettivo ha dimostrato con evidenza non solo che la migrazione ha le sue parole, ma che le parole assumono nella migrazione significati nuovi, declinazioni - spesso drammatiche - dei campi semantici ordinari.
Troppo spesso, spiegano gli autori, a favorire gli ostacoli alla migrazione sono i Governi occidentali, che con i paesi da cui la gente parte stipulano accordi di controllo e limitazione dei flussi. In sintesi: denaro in cambio del controllo delle frontiere. Così, mentre chi fugge dalle guerre si trova «soldato» (questa la parola con cui si chiamano, tra loro, i migranti) della guerra della mobilità, per i trafficanti non si tratta che di «oro nero». Nel mercato degli uomini, impedire di muoversi è una risorsa, e la liberazione una fonte di profitto.
Con gli occhi privilegiati dei sociologi dell'equipaggio della Tanimar, il dizionario si arricchisce di nuovi significati ed etimologie: le storie delle persone li creano, e il loro movimento li trasporta a noi.