Le personalità di Rocco Schiavone
“Di solito si parla di psicopatologia quando si vuol parlar male di una persona”
Inizia così l’incontro di Festivaletteratura con la figura di Rocco Schiavone, attraverso un dialogo tra Massimo Cirri, conduttore radiofonico e psicologo, e Antonio Manzini, autore dei romanzi che hanno come protagonista il poliziotto borderline dal carattere burbero e irascibile interpretato da Marco Giallini. E via subito con la seduta dallo psicoanalista: Ti fidi di lui? Lo controlli? Rocco per il suo autore è diventato davvero ingombrante, ma riesce ancora a staccare quando non ce la fa, anche per rispetto ai lettori che non vuole prendere in giro. Rocco Schiavone è il Vicequestore ad Aosta, trasferito dopo aver commesso “dei peccati”.
Più andiamo avanti con i suoi racconti, con le sue storie, e più vediamo che Rocco perde pezzi e per questo si attacca al passato. Un passato che è legato al lutto della moglie uccisa al posto suo, che poi gli appare costantemente. Ma adesso qualcosa cambierà perché è diventata una cosa troppo morbosa e Marina non ci sarà più. Poi in Piazza Castello succede una cosa strana.
Durante il dialogo, le figure dell’autore, del protagonista e dell’attore che lo interpreta si sovrappongono, in maniera spericolata e che davvero merita questa seduta dallo psicanalista. Giallini è Rocco Schiavone, talmente tanto che non vuole rinunciare a sedurre un personaggio della serie (ma è veramente Giallini o è Rocco, oppure Manzini stesso?). E il protagonista dei romanzi continua ad usare le Clark e il Loden, non si arrende ad Aosta, non molla fino a diventare scomodo per sé e per gli altri. Parla poco, tratta male le persone che lavorano con lui e porta una malinconia morale che diventa una postura rispetto “a questo cazzo di mondo”. Però Rocco Schiavone ha dato molto all’autore, gli ha regalato la possibilità anche di prendersi delle pause, di scrivere altro, di provare altre strade e altre storie.
“Rocco ha fatto solo regali”, mentre gestisce il disordine. Un disordine che nasce quando devi mettere insieme giustizia e legge. Rocco risolve i casi ma non risolve la sua vita (anche se forse questa è una frase buona per Gigi Marzullo). La serie è iniziata quando erano già usciti sei libri e per Manzini il suo protagonista e gli altri personaggi avevano già un volto e un corpo che non sono quelli della serie. La fiction è un’altra cosa ancora, una visione del regista. E questo all’autore va bene.
Parlando proprio della sua scrittura, Manzini ricorda l’amico Camilleri. Una amicizia, la loro, di lunghissima durata, che ha attraversato le varie fasi artistiche dei due scrittori. Assieme fanno teatro, spettacoli, scrivono, viaggiano. L’autore siciliano ha una cultura immensa, è un narratore eccezionale, non un santo, ma un grande intellettuale dalle stranezze meravigliose e creative. Negli ultimi tempi, dopo essersi fatto leggere “Delitto e castigo”, Camilleri disse a Manzini:
“Con quello che Dostoevskij lascia per strada, ci facciamo sei romanzi”
Un gigante. Infine si torna a Rocco Schiavone e fra un “sti cazzi” e un “me cojoni”, si arriva ancora ad una nota nostalgica della personalità del poliziotto. Per lui infatti non c’è speranza in fondo al tunnel, a livello sentimentale. Dopo una certa età i treni non passano più e lui non ha preso nessuno di quelli che sono passati. A Roma infatti dicono che dopo i quarant’anni gli uomini sono come le cabine telefoniche, o sono occupati o sono rotti. E Rocco Schiavone è rotto.