L'esperimento sociale di un uomo qualunque
Raccontare la propria infanzia ha senso soprattutto quando la vita di un uomo qualunque diventa lo specchio di una storia collettiva. Geoff Dyer fa esattamente questo: usa le strade di Cheltenham e i propri ricordi per dipingere il quadro di una generazione: quella dei figli della working class inglese del dopoguerra, cresciuti all'ombra dei racconti mitizzati della seconda guerra mondiale.
Se nel libro precedente (Gli ultimi giorni di Federer) Dyer rifletteva sul tramonto di grandi carriere come quelle di Beethoven e Nietzsche, con Compiti a casa fa l'esatto opposto: torna all'inizio della propria vita.
Il punto di svolta ha un nome preciso: l'esame “Eleven plus (11+)”. Si trattava di un test selettivo che i bambini britannici affrontavano a undici anni per decidere il loro futuro scolastico. Il sistema dell'epoca lo aveva concepito per far fallire la maggior parte degli studenti, indirizzandoli subito verso le fabbriche o l'edilizia. Dyer invece lo supera senza sforzo, diventando il primo a portare dei libri in una casa che non ne aveva mai visti.
Il superamento dell'esame trasforma la casa dell’autore nel teatro di un bizzarro esperimento sociale. La cultura crea una distanza invisibile tra le mura domestiche e rende la comunicazione con i genitori sempre più difficile.
Si tratta di un vero e proprio scontro di classe vissuto inconsapevolmente in famiglia, una frattura profonda che lo scrittore capirà a fondo soltanto a vent'anni inoltrati.
La passione per i libri ha radici lontane. Da bambino Dyer si isola e preferisce i giocattoli alle relazioni umane. Poi, l'arrivo della lettura riempie i vuoti dei vecchi giochi, apre le porte dell'università e lo spinge verso una scelta che per i suoi genitori suona come un fallimento totale: trasferirsi a Brixton, nel sud di Londra, per vivere di sussidi statali. In realtà, è proprio questo il paradosso della mobilità sociale degli anni Settanta. In quel periodo, scegliere una vita apparentemente ai margini non significa restare poveri.
Diventa invece il passaporto definitivo per entrare nella middle class, mescolandosi a un'intera generazione di artisti che viveva allo stesso modo.
Il valore del racconto risiede nei dettagli quotidiani e nell'ironia, l'esatto opposto di ciò che ripeteva sempre suo padre: "Ricordati di non mettere mai niente per iscritto".
Nel farlo, Dyer segue una regola etica ferrea: nessuno dei protagonisti deve fare una figura peggiore di quella che fa l'autore stesso. In questa totale libertà di argomenti si avverte la forte influenza di John Berger, un maestro capace di dimostrare come si possa scrivere di qualunque cosa parlando contemporaneamente agli esperti e ai profani.
I personaggi prendono vita attraverso le loro espressioni reali e le abitudini di tutti i giorni. È questa cura a dare autenticità al testo, distinguendolo dalle classiche biografie dei personaggi famosi. Quando le minuzie incontrano uno stile inconfondibile, la memoria privata smette di essere un diario personale e si trasforma nello specchio di un intero paese.