12 | 09 | 2026

Lo sport e i regimi

Panoramica sulla geopolitica sportiva

Lo sport dal punto di vista geopolitico. Lo sport come veicolo per il potere. Di questo si parla a Palazzo San Sebastiano con Moris Gasparri “intervistato” da Federico Buffa.

L’autore iesino ha scritto quattro libri che parlano di sport: Campionesse, sul calcio femminile; Il potere della vittoria, con oltre 200 riferimenti sportivi; Olimpiadi tra guerra e pace, diventato anche un’opera teatrale; e infine La partita del potere, dedicato al rapporto tra sport e regimi autoritari. Percorsi di ricerca particolari, nei quali lo sport diventa il perno per leggere in profondità la società e i governi: una delle più potenti invenzioni della nostra società, un linguaggio tra i più importanti e universali del pianeta.

Per molto tempo, però, questo tema è stato trattato con superficialità e i grandi scrittori di sport, da Gianni Brera in poi, sono stati spesso guardati dall’alto in basso da autori e intellettuali. Qui, invece, lo sport diventa una lente attraverso cui osservare la politica e la geopolitica contemporanee. Si parte dall’ultimo tedoforo delle olimpiadi di Tokyo del 64, un giapponese nato il giorno del bombardamento di Hiroshima, e si arriva al rapporto tra Donald Trump e Dana White, presidente della UFC, la lega di arti marziali preferita dal Presidente degli Stati Uniti.

È il primo esempio di una lega sportiva apertamente politicizzata: uno sport violento che diventa modello MAGA per le attività sportive, fino a trasformarsi in spettacolo politico, come nell'evento allestito nel giardino della Casa Bianca per il compleanno del Presidente, che si traveste da imperatore romano e accoglie i moderni gladiatori. Le arti marziali diventano così anche un ponte con le monarchie saudite, entrando nei nuovi disegni geopolitici. E il capo della comunicazione della UFC diventa capo della comunicazione di Trump, rilanciando i messaggi MAGA del Presidente: messaggi violenti, intrisi di ideologia machista e messianica. Anche Putin, naturalmente, è un fan della lega.

È uno sport che sembra allontanarsi dalla retorica del fair play, particolarmente radicata in Europa, per concentrarsi sulla vittoria, sullo schiacciamento dell’avversario, sulla sopraffazione del più debole. Una centralità antropologica del gioco che racconta due dimensioni dello sport: quella educativa e quella della sopraffazione. Essere potenti significa anche saper narrare grandi vittorie. D’altronde, fu Mussolini a intuire per primo, durante il fascismo, la forza dello sport come veicolo di consenso per il regime. In Cina, invece, si punta alla coltivazione del corpo forte e al medagliere olimpico come principio cardine: la Cina deve diventare, e quindi essere, la prima. Gli atleti vengono selezionati tra i migliori, nello sport così come nella matematica.

Negli Stati Uniti, osserva Gasparri, non hanno attecchito né il socialismo né il calcio. Le grandi multinazionali e i grandi fondi investono quindi nel calcio europeo, anche se devono ancora familiarizzare con concetti come il pareggio — «che è come baciare la sorella», dicono loro — e la retrocessione, che non esiste negli sport americani. Fondi americani e arabi: capitali che devono trovare una destinazione, proprio perché disponibili in abbondanza. E che diventano veri e propri investimenti geopolitici, capaci di acquistare anche protezioni militari.

E noi siamo ormai talmente deboli nel comprendere il mondo che ci siamo dimenticati per quale ragione nacquero queste competizioni.

Le Olimpiadi e i Mondiali di calcio volevano unire le nazioni del mondo; gli Europei di calcio e la Coppa dei Campioni, nati nel secondo dopoguerra, volevano contribuire a evitare che nuove guerre scoppiassero in Europa. Mai più. Ci siamo dimenticati anche questo. E così la FIFA finisce per tradire i principi sui quali è stata fondata, arrivando a consegnare a Trump un premio per la pace. Xi Jinping, invece, rispetta molto il concetto di tregua olimpica e ne parla con Macron in occasione delle Olimpiadi di Parigi del 2024. Ma su Putin, a quanto pare, si può fare un’eccezione, geopolitica permettendo.

La Cina vive le sconfitte della propria nazionale di calcio quasi come una disgrazia per la nazione, nonostante i grandi allenatori assoldati negli anni. Ma arrivano medaglie in quantità nelle discipline olimpiche, e questo porta onore e gloria allo Stato. L’India, invece, rimane molto indietro, coltivando quasi esclusivamente il cricket. Sempre in Cina si stanno potenziando anche le discipline invernali, che danno lustro non soltanto agli atleti, ma anche alle tecnologie cinesi per la produzione della neve e la preparazione delle piste. E, ancora una volta, a vincere sono soprattutto i figli delle classi più ricche. L’Arabia Saudita, fondata nel 1744, riformata nel 1932 e oggi guidata da MBS ha iniziato a importare i più grandi giocatori del mondo, Ronaldo in testa. Ma a MBS, secondo Gasparri, non interessa lo sport in sé, quanto il suo potenziale investimento interno. L’obiettivo è creare una nuova popolazione giovane saudita, allontanandola dal fanatismo religioso. Non come Bin Laden. L’Arabia è fragile e debole: lo sport serve anche a puntellare il regime che la governa.

Si arriva infine alle competizioni digitali, che vanno fortissimo in Corea del Sud e in Cina, anche se vengono spesso considerate dannose per i ragazzi. Eppure vi si investono cifre enormi, perché sta iniziando l’era dell’intelligenza artificiale. Un gruppo di ragazzi allenato a utilizzare il digitale è, in fondo, anche un gruppo già addestrato alla guerra cyber. Lo sport, allora, diventa molto più di un gioco. Diventa uno specchio dei rapporti di forza, uno strumento di consenso, un investimento economico e geopolitico, persino un laboratorio per il futuro. E lascia sul tavolo una possibilità tutt’altro che rassicurante: che anche noi possiamo finire come la Cina, almeno per quanto riguarda la sua nazionale di calcio.

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