Marguerite Yourcenar, la «patientia» di ascoltare l’altro
Ci sono scrittori che sembrano appartenere al proprio tempo e altri che, a distanza di decenni, continuano a trovare il modo di attraversarlo. È a questi ultimi che Festivaletteratura dedica i suoi omaggi: per tornare ad ascoltare voci che il tempo rischia di rendere meno familiari, ma che possono ancora aiutarci a leggere il presente. Quella di Marguerite Yourcenar è una di queste.
Annarosa Buttarelli, filosofa e studiosa dell’autrice, apre l’incontro partendo dall’espressione con cui Yourcenar definiva il proprio modo di scrivere: il «metodo del delirio». Scrivere, per Yourcenar, è trasferirsi nell’interiorità dell’altro, anche quando l’altro appartiene a un passato lontanissimo: «un piede nell’erudizione, l’altro nella magia», scriveva l’autrice. Per Buttarelli è una forma radicale di empatia, un uscire dalla strada già tracciata per mettersi in ascolto di ciò che ancora non si conosce. È proprio così che Tiziano Colombi autore di Dialogo con Marguerite Yourcenar racconta la genesi delle Memorie di Adriano. Dietro la biografia dell’imperatore romano, dice, c’è una maschera: Adriano è la voce attraverso cui Yourcenar può far parlare pensieri, domande e ossessioni raccolti nel corso di una vita. Più che la ricostruzione di un personaggio storico, il risultato è il «ritratto di una voce» capace di far sentire vicinissimo un mondo lontano, dove si ritrovano questioni che sembrano appartenere a ogni epoca: il potere, la guerra, il desiderio, la responsabilità.
Grazie ad Adriano emerge un’altra parola importante per comprendere Yourcenar: la «patientia». Nel capitolo che porta questo nome, l’imperatore, ormai vecchio e malato, comincia a intravedere il profilo della propria morte e a fare i conti con la vita che ha vissuto. La pazienza non è però semplice rassegnazione, ma l’eroica attitudine ad accettare le cose come sono. Adriano diventa così una figura in cui riconoscersi: siamo noi a dover governare le passioni, affrontare i sentimenti, misurarci con il potere e con le conseguenze delle nostre scelte. Una lezione che attraversa i secoli insieme alla voce che la pronuncia.
Anche la biografia di Yourcenar sembra attraversata da questa lunga educazione all’ascolto. La poetessa Elena Petrassi ne ripercorre alcuni episodi: l’infanzia senza madre, morta pochi giorni dopo la sua nascita, il rapporto con il padre Michel, che le trasmise una vastissima cultura classica, e quel taccuino in cui aveva copiato per lei versi di Sofocle, Euripide, Orazio, Saffo, Catullo e dei poeti francesi della Pléiade. La poesia entra così molto presto nella vita della scrittrice e vi rimane, anche quando sarà la narrativa a renderla celebre.
La pazienza non è però semplice rassegnazione, ma l’eroica attitudine ad accettare le cose come sono
Accanto alla poesia, Yourcenar coltivava una grande passione per la traduzione, da Virginia Woolf alla poesia greca antica fino ai canti della tradizione afroamericana. E fu proprio attraverso una traduzione che nacque una delle amicizie più importanti degli ultimi anni della sua vita: quella con Silvia Baron Supervielle. La traduttrice argentina aveva scoperto Yourcenar casualmente, su un banco di bouquinistes, leggendo alcune sue poesie. Non fu il significato delle parole a colpirla per primo, racconta Petrassi, ma il ritmo. Le tradusse e le inviò all’autrice insieme a una lettera. Da quel momento nacque una corrispondenza che sarebbe diventata amicizia e che avrebbe accompagnato Yourcenar fino alla morte. Petrassi legge quindi alcuni frammenti de I trentatré nomi di Dio, immagini brevi, quasi lampi, in cui il sacro prende la forma dell’acqua, della terra, degli animali, del vento, del corpo, del silenzio.
Da qui, Lea Barletti – scrittrice, poetessa, drammaturga e attrice – porta il discorso verso un’altra Yourcenar, quella dell’attenzione per ogni forma di vita. Nei testi dedicati all’educazione l’autrice immagina un sapere capace di insegnare ai bambini non soltanto la storia degli uomini, ma anche la dipendenza reciproca tra esseri viventi, la cura della Terra, il rapporto con gli animali. La definisce «un’educazione umana», forse utopica, ma «ciò che è utopico non è necessariamente impossibile», dice Yourcenar in quelle conversazioni. Un’idea che diventa ancora più netta nella conferenza del 1987 Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra: per Yourcenar, la crudeltà esercitata sugli animali e quella esercitata sugli esseri umani appartengono alla medesima storia. La stessa radicalità attraversa il rapporto di Yourcenar con le donne. Prima autrice ammessa all’Académie française nel 1980, nel discorso di ingresso si allontanò dal microfono e, con un gesto alle sue spalle, disse di voler lasciare passare davanti a sé tutte le scrittrici e pensatrici che avrebbero meritato di entrare prima di lei. Un gesto di rottura, ma anche un modo per ricordare che molte voci sono rimaste inascoltate. Secondo Buttarelli, proprio quelle voci avrebbero potuto offrire indicazioni e cambiamenti di prospettiva capaci di evitare, se ascoltate, il tracollo della cultura e dell’umanità.
Ciò che è utopico non è necessariamente impossibile
Così, alla fine dell’incontro, la “pazienza” delle Memorie di Adriano acquista un significato più ampio. Non soltanto la capacità di accettare il limite, ma anche quella di fermarsi abbastanza a lungo da ascoltare l’altro: chi è lontano nel tempo, chi non ha ancora trovato una voce, chi è stato lasciato ai margini. Una "patientia" che diventa allora anche speranza: scoprire nelle parole di Yourcenar e di altre scrittrici “dimenticate” le indicazioni per tornare a trovare la strada.