Mark Rothko: l’arte come rifugio degli sradicati
Annie Cohen-Solal porta il cognome dei rabbini: “Cohen” ha antiche origini ebraiche e significa “sacerdote”. Nata ad Algeri, la storica e accademica francese è nota soprattutto per le sue biografia di grandi figure del mondo della cultura e dell’arte come Jean-Paul Sartre, Leo Castelli, Pablo Picasso e Mark Rothko.
Dialogando con Melania G. Mazzucco, Annie Cohen-Solal riconosce che il filo rosso che unisce tutte le figure di cui si è occupata nelle proprie biografie è lo sradicamento. Dopotutto è lei stessa una “sradicata”: la Cohen racconta che, quando aveva appena tredici anni, il padre le disse “oggi andiamo via” e lasciarono l’Algeria.
Se per Picasso lo sradicamento da Barcellona a Parigi era avvenuto volontariamente, per Mark Rothko lasciare Dvinsk fu necessario per sfuggire alle violente persecuzioni antisemite e al clima di instabilità politica che caratterizzavano l’odierna Lettonia (all’epoca parte dell’Impero russo) nei primi decenni del Novecento.
Il padre emigrò negli Stati Uniti nel 1910, seguito, tre anni dopo, dal piccolo Mark (nato Marcus Rothkowitz), di dieci anni, accompagnato dalla madre e dalla sorella.
Se Picasso, figlio d’arte, si rivelò fin da piccolo un genio della pittura, Rothko si avvicinò al mondo della pittura solo nel 1923, all’età di vent’anni, dopo aver abbandonato gli studi all’Università di Yale, dove si sentì fortemente discriminato ed emarginato per via delle proprie origini ebraiche.
Avvicinatosi all’arte grazie ai pittori Max Weber e Milton Avery, Mark sviluppò il proprio stile, noto come Color Field painting (pittura a campi di colore) tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.
La connessione tra lo sradicamento esistenziale e l’arte di Rothko è viscerale e profonda. In “Mark Rothko. Riparare il mondo” (Einaudi, 2026), Annie Cohen-Solal ci spiega come il trauma dell’esilio e della marginalità rese Mark un “eterno estraneo”, un outsider che non si riconobbe mai interamente nell’ottimismo materialista della società americana. L’arte, allora, diventò per lui un rifugio universale privo di confini, accessibile a chiunque, a prescindere delle origini, delle religioni e delle culture.
Le sue tele sono spazi di accoglienza, transnazionali e intimi nei cui colori Rothko invita a perdersi.
Allo scopo di amplificare e di far vivere nel tempo il messaggio del pittore, è stata progettata, tra il 1964 e il 1967, la Rothko Chapel. Questo spazio d’arte, una sorta di santuario aconfessionale situato ad Houston, Texas, fu fondato dai mecenati e collezionisti d’arte John e Dominique de Menil.
Dal settembre del 2025 il presidente della Rothko Chapel è Abdullah Antelpi, imam e accademico turco-americano, noto a livello internazionale per il dialogo interreligioso.
Annie Cohen-Solal, che ha collaborato con Antelpi in un seminario sulla Rothko Chapel all’Università Bocconi di Milano, crede che lui sia la figura perfetta per dirigere lo spazio d’arte di Houston: un uomo che mette al centro del proprio pensiero il dialogo tra fedi e culture diverse è ciò di cui ha bisogno oggi il mondo intero.
La Cohen-Solal, richiamando veementemente l’attenzione su ciò che Israele sta compiendo nei confronti del popolo palestinese, tiene alla potenza del dialogo tra le diversità per annientare l’odio e la violenza: oggi più che mai è necessario “essere disponibili a stare nello spazio intermedio”, a riconoscere che il vero dialogo nasce dal confronto autentico con ciò che ci appare diverso. Attraverso Annie Cohen-Solal, Rothko ci insegna che l’arte è una profonda missione etica e spirituale che riesce a rendere porosi i confini e accessibile il dialogo.