Molte Americhe, molte Cine
Francesco Costa e Simone Pieranni, in dialogo con la giornalista Veronica Fernandes, si sono confrontati sull’evoluzione degli Stati Uniti e della Cina.
A partire dai rispettivi libri, Come se ne esce e Lo specchio americano, il dialogo ha attraversato venticinque anni di storia, osservando due paesi rivali che continuano a riconoscere l’uno nell’altro tratti sorprendentemente familiari.
Il punto di partenza è stato l’11 settembre 2001, «un giorno che non è mai finito».
Per le generazioni più giovani, quelle immagini sgranate appartengono ormai più alla storia che alla memoria; eppure, le conseguenze degli attentati continuano a condizionare il presente. La sorveglianza di massa, il difficile equilibrio tra libertà e sicurezza, le guerre in Medio Oriente e la diffusione del complottismo affondano le proprie radici anche nel trauma di quella giornata.
Gli attacchi colpirono gli Stati Uniti in una fase eccezionale. Dopo la fine della Guerra fredda, il paese si considerava il vincitore del Novecento e l’unica superpotenza mondiale, destinata a una lunga stagione di pace e prosperità. Da allora, invece, guerre fallimentari, crisi economiche, nuovi avversari e una pandemia hanno alimentato la convinzione che «lì fuori qualcuno se ne stia approfittando» e che l’America non sia più in grado di farsi rispettare. In questo clima si colloca l’ascesa di Donald Trump: il trumpismo non è all’origine della crisi americana, ma ne è una delle conseguenze più evidenti e, insieme, un fattore di radicalizzazione.
Mentre gli Stati Uniti perdevano le proprie certezze, la Cina imparava a guardarli diversamente.
Negli anni Ottanta e Novanta, l’America rappresentava per la popolazione cinese un modello di modernità. Film, musica e serie televisive assumevano un valore quasi rivoluzionario in un paese che si stava aprendo al mercato globale. Il fascino era tale che, ha ricordato Pieranni, all’apertura del primo McDonald’s di Pechino «la gente andava a sposarsi nei McDonald’s». Lattine e bottiglie di Coca-Cola venivano conservate in casa come simboli di appartenenza a un mondo nuovo. La cultura statunitense trasformava così desideri, abitudini e immaginari.
Il 2001 segnò un passaggio decisivo anche per Pechino.
Due anni prima, il bombardamento statunitense dell’ambasciata cinese a Belgrado era stato percepito come un tradimento. Nel dicembre successivo agli attentati, la Cina entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio, diventando progressivamente la “fabbrica del mondo” e una delle principali vincitrici della globalizzazione. Le guerre americane e la crisi finanziaria del 2007-2008 convinsero la leadership cinese che l’ordine guidato da Washington fosse in declino.
Gli Stati Uniti smisero così di essere un modello da imitare e cominciarono a essere guardati «alla stessa altezza degli occhi», se non con un senso di superiorità. Il confronto ha mostrato, però, che nessuno dei due paesi costituisce una realtà uniforme. Come esistono molte Americhe, esistono anche molte Cine.
Gli Stati Uniti non coincidono soltanto con New York e la California, né con la rappresentazione stereotipata dell’«America profonda». «Ogni America è vera a modo suo», ha sottolineato Costa, richiamando l’attenzione sui territori meno raccontati. Lo dimostrano il miglioramento del sistema scolastico del Mississippi, diventato un modello per altri stati, e il peso crescente delle comunità musulmane nel Michigan.
Anche la popolazione cinese è tutt’altro che compatta. Pieranni ha riassunto questa complessità con una formula provocatoria: «In Cina i cinesi non esistono». Le tensioni tra città e campagne, generazioni e gruppi sociali restituiscono un paese più articolato di quanto suggerisca la narrazione ufficiale. Anche il nazionalismo cinese assume forme diverse e talvolta contrastanti. La competizione tra le due potenze, sostenuta dalla retorica nazionalista, riguarda il commercio, le terre rare e l’intelligenza artificiale, ma si alimenta anche delle rispettive fragilità: l’aumento del costo della vita negli Stati Uniti, la disoccupazione giovanile e la crisi immobiliare in Cina.
La domanda iniziale, «Da dove nasce il caos del presente?», si è così intrecciata con quella suggerita dal libro di Costa: come se ne esce? Non sono emerse soluzioni semplici, ma esperienze capaci di smentire l’idea che ogni crisi sia irreversibile: amministrazioni che sperimentano nuove politiche scolastiche e abitative, territori che sfuggono alle proprie rappresentazioni più semplicistiche e medie potenze alla ricerca di nuove forme di cooperazione.
Osservare ciò che funziona non significa ignorare l’inferno, ma riconoscere quanto può ancora essere salvato. Tra due paesi che si sfidano e continuano a specchiarsi, la via d’uscita sembra passare dalla capacità di superare le rappresentazioni più comode, riconoscere le contraddizioni e immaginare che, dopo il crollo delle certezze, sia ancora possibile reinventarsi.