Città Europee per la biodiversità
La città europea come organismo vivente e palinsesto di responsabilità sociale e ambientale
Nel contesto di una Europa sempre più divisa, attraversata da conflitti interni, crisi di identità e cambiamento climatico, Paola Viganò e Annalisa Metta hanno messo a confronto le loro esperienze alla ricerca di nuove prospettive sul futuro delle nostre società a partire dalla prospettiva a loro più congeniale, quella dell’organizzazione urbana delle città europee.
È un dialogo questo che si nutre di domande aperte e di una comune tensione verso la comprensione delle città come organismi viventi, stratificati e in continua evoluzione, e la cui complessità va affrontata attraverso una visione multidisciplinare, che unisce urbanistica, ecologia e responsabilità civile.
Non vi è un univoco concetto di città europea, anche solo trovarne una definizione è una vera impresa, dato che non è più entità stabili e monolitiche, ma luoghi attraversati da tensioni, disuguaglianze e sfide ambientali.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, le città europee erano il simbolo di una promessa: quella di una vita migliore per chi lasciava le campagne in cerca di lavoro e opportunità.
Tuttavia, quella stessa modernità che prometteva inclusione ha spesso generato periferie ibride, spesso disumanizzanti e quartieri marginalizzati, come si può vedere anche dalle fotografie di Guido Guidi del Veneto degli anni Ottanta.
Un luogo soggetto a distacco tra le zone delle sue città era il Trentino Alto Adige dove l’architetto Giuseppe Samonà nel 1957 propose un progetto per ridisegnare la Piana dell’Adige, con un approccio urbanistico che integrasse vincoli storico-paesaggistici e nuovi insediamenti, anticipando modelli di pianificazione territoriale attenti al contesto locale. Samonà rifiutava l’idea di concentrare tutta la popolazione e le industrie solo nelle grandi città come Trento e Rovereto, e propose un modello in cui i servizi, le case e le fabbriche fossero distribuiti lungo tutta la valle e nelle valli laterali, integrandosi con la campagna.
Le città europee sono al tempo stesso luoghi di welfare e spazi di crisi: le periferie, banlieu radieuse o periurbane, spesso trascurate, diventano aree di marginalizzazione, mentre i centri storici rischiano di essere svuotati o gentrificati.
Il dialogo ha evidenziato come la sopravvivenza delle città non possa essere ridotta a una mera questione di resilienza, ma debba includere una visione attiva di riduzione delle disuguaglianze e di promozione dell’inclusione.
Le città si costruiscono su strati storici che si sovrappongono a nuovi elementi: natura, urbanistica e industria si mescolano in un continuum che richiede una lettura attenta e rispettosa.
Paola Viganò ha portato l’esempio della rete idrica di Venezia come caso emblematico di stratificazione ibrida, un patrimonio da recuperare anche in tempi di crisi economica. Questo approccio invita a superare la visione della città come semplice risorsa per abbracciare quella di territorio soggetto, capace di generare vita e biodiversità.
« Il territorio è soggetto, non oggetto, non è solo una risorsa, non è un oggetto sul quale proiettare le nostre attese »
Uno dei nodi più critici è quello della gentrificazione. Progetti come il Parco Spoor Noord ad Anversa, pur nati con l’intento di promuovere l’inclusione sociale, rischiano di generare esclusione e di favorire l’appropriazione da parte di classi più agiate.
Per questo è importante mantenere alloggi sociali accessibili e di diffondere spazi pubblici in vari quartieri, evitando che la rigenerazione urbana diventi un privilegio per pochi.
Il ruolo dell’architetto e progettista, in questo contesto, è delicato: tra il rischio di censura e la responsabilità di progettare per l’emancipazione, la figura professionale deve essere consapevole del proprio impatto sociale e politico. La città, infatti, non è solo uno spazio fisico, ma un luogo di negoziazione e di contesa, in cui si giocano le sorti della convivenza e della giustizia sociale.
La sopravvivenza in senso ecologico dimostra che non basta prepararsi alle catastrofi climatiche, dovute al riscaldamento globale, ma è necessario lavorare per ridurne l’impatto.
Le città devono diventare luoghi attivi di transizione ecologica, dove il suolo urbano è valorizzato non solo come risorsa economica, ma come spazio di rigenerazione ambientale e sociale.
Questo approccio richiede una visione biopolitica della città, in cui il giardino biopolitico, concetto che viene descritto dalla pubblicazione omonima di Viganò del 2023, diventa una metafora di cura, selezione e protezione della vita urbana.
Il giardino, inteso come luogo di biodiversità controllata e di convivenza, rappresenta l’essenza stessa della città: un organismo che genera vita, ma che è anche teatro di conflitti e negoziazioni.
Infine, la critica alla modernità e le prospettive dell’urbanistica post-moderna: Paola Viganò ha ricordato come la modernità abbia prodotto miglioramenti ma anche distruzioni irreparabili. Oggi, la sfida è recuperare la capacità di leggere e abitare lo spazio urbano in modo sostenibile, riducendo la dipendenza dall’automobile e promuovendo trasporti pubblici efficienti e infrastrutture inclusive.
Il confronto tra Paola Viganò e Annalisa Metta si conclude con una riflessione che va oltre l’urbanistica: la città europea contemporanea è uno spazio di responsabilità civile, di rigenerazione e di vita condivisa. Il passato e il futuro si intrecciano in una continua trasformazione, in cui ogni scelta progettuale ha un impatto sociale, ecologico e politico.
Questa non è solo un’occasione di approfondimento teorico, ma un invito a ripensare il nostro ruolo all’interno delle città.
La sopravvivenza delle città europee dipende dalla nostra capacità di coltivare attenzione, affetto e rispetto per questi luoghi, che sono il frutto di secoli di storia e di convivenza.