Nelle terre lontane dei Sami
Nel bel mezzo delle torbiere del profondo Nord della Svezia si apre uno squarcio macabro, il ritrovamento di pezzi di un cadavere la cui storia si è persa nella terra e nel passato. L’immagine iniziale del nuovo romanzo di Mikael Niemi, La pietra e la seta (Iperborea, 2026), inganna il lettore, che crede così di trovarsi di fronte a un thriller, quando invece il mistero dietro alla lugubre scoperta apre un portale di connessione tra piani temporali diversi, aventi come teatro comune il paesino di Pajala.
Nel presente c’è Siw, una ragazza dotata di poteri alquanto particolari, capace di preveggenza e di entrare in contatto con i defunti, che all’inizio della storia viene turbata da uno di questi episodi magici. Nel passato un contadino di nome Eino tenta di risollevare le sue sorti economiche imbarcandosi nella produzione del catrame, e si farà coinvolgere nell’organizzazione del primo sciopero generale della regione negli anni ’30 del Novecento. Il legame che li tiene assieme verrà svelato pian piano nella narrazione, ma l’operazione di Niemi è chiaramente quella di risvegliare delle storie dimenticate che parlino della sua gente.
L’attaccamento che Niemi ha per gli abitanti di Pajala, sua patria natale, è simile a un affetto tra parenti; d’altronde le dimensioni del paese, poco più di 6'000 anime, fanno sì che tutti si sentano parte di un'unica storia familiare. Nel corso della sua carriera da scrittore, il suo punto di vista si è gradualmente allontanato da narrazioni autorefenziali, con protagonisti come suoi alter ego per porter parlare di sé, dei suoi rapporti, di problemi e amori personali. A un certo punto, complice forse l’età, ha perso ogni interesse per se stesso e ha rivolto lo sguardo verso gli altri, chi lo circondava, trasformando l’io in un noi.
Così anche questo romanzo, come già fatto in Musica rock da Vittula (Iperborea, 2002) e Cucinare un orso (Iperborea, 2018), ci avvicina ai luoghi dove la cultura Sami ha le sue radici. Un popolo tra i più antichi del continente europeo, ancora oggi costretto a difendersi strenuamente da un mondo che vorrebbe cancellarne le specificità e assimilarli agli Svedesi del Sud. In quel territorio settentrionale che interseca Norvegia, Svezia e Finlandia sotto il nome di Sapmi (e non Lapponia, che ha connotazione dispregiativa), sopravvivono ritualità magiche, credenze legate alla capacità di alcuni di poter parlare con i defunti, o poter presagire la vicinanza di una persona alla morte in base a quanto scura è l’ombra che le cammina affianco. Non si tratta di superstizioni arcaiche, ma è la vita di tutti loro; anche se non vi è ragionamento scientifico che lo spieghi, ancora oggi un rimedio sciamanico è una soluzione concreta a un possibile malanno. Tutto questo sarà vero? E chi lo sa, però funziona. Lo scetticismo non conduce da nessuna parte, di certo non alla comprensione della connessione profonda dei Sami con la natura e i suoi misteri.
Nel romanzo, passato e presente sono connessi dai tratti culturali rimasti invariati nel tempo, ma a inizio Novecento la vita degli abitanti di Pajala era comunque molto diversa. Povertà, fame, chiusura totale nel proprio orticello e un lavoro che non garantiva i bisogni minimi. Una lotta giorno dopo giorno per vivere, da cui scaturirono le rivolte popolari dei lavoratori e il loro canto di sciopero per reclamare i propri diritti. In questo scenario due anime opposte di Pajala vengono incarnate da due fratelli: da un lato Eino Vanhakoski, simbolo di leggerezza, senso civico ma anche di povertà, e dall’altro Wilhem Vanhakoski, simbolo di seriosità, destinato a diventare un predicatore laestadiano moralista. Innamorati entrambi della stessa donna, lei sceglierà chi la fa ridere, ovvero Eino, anche se la sua decisione la porterà alla miseria. Nella dicotomia tra i fratelli emerge una contraddizione ancora non risolta della storia sami, che ha visto una forte influenza delle dottrine laestadiane sul proprio territorio, ma i cui sacerdoti non si sono mai battuti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anzi, questa branca del cristianesimo, affine al protestantesimo per rigore e severità, piuttosto ha condannato i partecipanti agli scioperi, dicendo loro che quella sarebbe stata una strada senza ritorno per l’inferno.
L’aderenza granitica alle tradizioni fu incrinata da una piccola novità, introdotta dalla modernità in quel luogo lontano. Una semplice bicicletta, arrivata a Pajala e finita nelle mani del figlioletto di Eino, dimostra che quella popolazione negletta ha bisogno del resto del mondo, perché un oggetto come quello non può essere prodotto autonomamente da loro. E questa non è una debolezza, è una realtà fattuale che ci vuole collegati e non autosufficienti, bisognosi delle risorse altrui, che possono portarci nuove opportunità. Così una bici diventa simbolo di speranza e libertà, dei sogni di quelle popolazioni impoverite e trascurate che si battevano per non tramandare la loro miseria ai loro figli e nipoti.
E oggi Niemi può dire di essere il risultato di quei sogni e quelle speranze, dei sacrifici fatti da chi è venuto prima di lui e ha donato ai Sami la possibilità di rivendicare la propria lingua, i propri costumi, di avere un parlamento proprio all’interno della Svezia. E un pezzo di questa lotta per difendere la propria esistenza si è combattuta a Pajala; per questo La pietra e la seta è dedicato alla sua gente, per raccontarla è il suo modo per continuare a tenerla in vita.