Oltre il profitto: il Web come bene comune
Come sottolinea Riccardo Luna ci sono parole che nascono per rimanere ancorate al loro tempo e altre che, per una strana forma di ostinazione o lungimiranza, continuano a chiamarci in causa. Quando nel luglio del 2012, durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra, Tim Berners-Lee si sedette al centro dello stadio davanti a un computer per digitare un messaggio illuminato a grandi caratteri LED «This is for everyone», questo è per tutti, l’impressione immediata fu quella di una celebrazione già compiuta.
C’era la consapevolezza di aver regalato all’umanità un’architettura aperta, uno spazio orizzontale in cui le informazioni e le persone potessero trovarsi senza chiedere il permesso a nessuno. Quella stessa frase dà oggi il titolo al suo libro, Questo è per tutti, ma il clima che la circonda è radicalmente cambiato.
Per comprendere il presente bisogna riavvolgere il nastro fino alla fine degli anni '80. All'epoca Internet esisteva già, ma era un'infrastruttura di rete diffusa quasi esclusivamente negli Stati Uniti, poco accessibile per gli utenti comuni e del tutto priva dei siti web come li conosciamo oggi. Al CERN di Ginevra lavoravano ricercatori provenienti da ogni parte del mondo: parlavano lingue diverse, utilizzavano sistemi informatici fra loro incompatibili e gestivano banche dati isolate. Il Web non nacque da un’intuizione commerciale né dal desiderio di fondare una startup per accumulare capitale, ma da un’esigenza pratica e universale: connettere le menti e facilitare lo scambio di informazioni. La prima proposta scritta presentata da un trentenne Berners-Lee al suo supervisore ottenne una risposta, annotata a margine, rimasta celebre: «Vago, ma interessante».
Nelle prime fasi del progetto l'infrastruttura avrebbe dovuto chiamarsi Mesh, un termine che descrive la "maglia" o rete di nodi interconnessi in cui le informazioni si legavano liberamente senza gerarchie rigide. Tuttavia, il nome venne scartato, anche perché si cercava una definizione capace di sottolineare la diversità dei progetti e una dimensione davvero globale. Prevalse così l’idea di World Wide Web, tre consonanti destinate a ridefinire la geografia dell'informazione mondiale.
I primi protocolli e le prime pagine del progetto presero forma su una workstation NeXT, il computer ideato da Steve Jobs. Durante un workshop in Francia dedicato ai progetti sviluppati su quelle macchine, Jobs era presente e girava tra i banchi incuriosito e desideroso di comprendere i diversi lavori; si avvicinò anche al tavolo di Berners-Lee, per poi virare all’ultimo istante verso un altro progetto, senza che i due riuscissero mai a conoscersi direttamente.
Berners-Lee scelse deliberatamente di non brevettare la rete e di non ricavarne un profitto personale. L'idea fondativa era che il codice dovesse rimanere neutrale, aperto e accessibile a chiunque, una risorsa che in seguito sarebbe stata definita da Papa Francesco come «un dono di Dio». A rompere quell'equilibrio non è stato un difetto del codice, ma l'affermazione di un modello economico predatorio iniziato con l'affermazione delle grandi piattaforme social.
Berners-Lee ricorda un incontro informale avvenuto anni fa a casa di Mark Zuckerberg, durante il quale il fondatore di Facebook mostrava un genuino interesse nell'impiegare la tecnologia per risolvere i problemi dell'umanità. La deriva successiva è stata determinata dalla competizione spietata tra colossi come Facebook, Instagram e TikTok. Per prevalere sulla concorrenza, le piattaforme hanno iniziato a progettare algoritmi basati sulla psicologia comportamentale con l'obiettivo esplicito di creare dipendenza e trattenere gli utenti il più a lungo possibile sugli schermi, con ricadute dirette sulla salute mentale, sul benessere e sulla polarizzazione del dibattito.
Di fronte ai danni causati da questo modello, testimoniati dalle migliaia di azioni legali negli Stati Uniti e dai recenti risarcimenti miliardari accettati da Meta, si rincorrono i tentativi di regolamentazione statale, come i divieti d'accesso ai social sotto i 16 anni introdotti in Australia o le norme sulle soglie d'età allo studio in Europa. Tuttavia, porre vincoli di identificazione rigidi solleva interrogativi complessi sulla tutela dei dati personali e sulla privacy, correndo il rischio di scivolare verso forme di censura senza risolvere il problema alla radice.
L'irruzione dell'intelligenza artificiale generativa ripropone gli stessi interrogativi su una scala ancora più vasta. Quando apparve Chat GPT, la prima impressione di Berners-Lee fu di trovarsi di fronte a una svolta affascinante e all'improvvisa concretizzazione di scenari che, durante la sua infanzia e passione per la fantascienza, apparivano confinati a un futuro remoto.
L'IA ha compiuto passi da gigante e possiede un potenziale enorme, ma richiede uno sguardo critico. Di fronte a sistemi capaci di sviluppare un forte potere persuasivo, non è ammissibile lasciare la gestione e lo sviluppo dello strumento al libero arbitrio delle sole aziende private. La proposta è quella di istituire una struttura d'indirizzo neutrale, una sorta di "CERN per l'intelligenza artificiale", che permetta alla comunità scientifica e alle istituzioni di definire regole e limiti condivisi, garantendo che le macchine restino al servizio dell'uomo e non degli interessi di mercato.
Nonostante la complessità del panorama digitale contemporaneo, Berners-Lee conserva una visione ottimistica, sostenuta dalla presenza al suo fianco della moglie Rosemary Leith, co-fondatrice della World Wide Web Foundation, con la quale condivide l'impegno per la sovranità dei dati e per una rete decentralizzata.
«L'ottimismo trova linfa nella nascita continua di nuove generazioni e nuove energie capaci di ridisegnare il futuro»
Come si ricordava a proposito della funzione delle favole, esse non servono a spiegare ai bambini che i draghi esistono, ma a trasmettere la consapevolezza che i draghi si possono battere.C'è ancora tempo per invertire la rotta, difendere i diritti digitali e costruire tecnologie orientate alla tutela dell'individuo e della comunità.