Possiamo vivere anche senza musica.
Nel 1997, lo scienziato cognitivo Steven Pinker definì la musica una «cheesecake uditiva»: un delizioso dessert mentale capace di appagare i nostri sensi e di darci piacere, ma di cui la nostra sopravvivenza biologica potrebbe tranquillamente fare a meno. Se domani la musica sparisse, l’umanità continuerebbe a nutrirsi, riprodursi e camminare sulla Terra.
Eppure la musica è una delle espressioni umane più antiche della storia; precede la scrittura, attraversa culture e società lontanissime e continua ad occupare una parte rilevante nelle nostre vite. Gli esseri umani hanno cantato, suonato e ascoltato molto prima di poterne spiegar il perché, interrogandosi da sempre sulla natura del suono e sul motivo per cui alcuni di essi ci attraggano e altri ancora ci infastidiscano.
A partire da queste domande, si sono confrontati le neuroscienziate Laura Ferreri e Carlotta Lega (Cervello in musica. Cosa ci dicono psicologia e neuroscienze, 2026) , e il fisico sperimentale Marco Sozzi, in conversazione con Elisabetta Sola.
Sozzi, che nella sua più recente pubblicazione divulgativa si è occupato proprio di storia del suono (Storia del suono. Da Pitagora agli MP3, 2026) apre l’intervento facendo un passo ancora più indietro e partendo dal suono, ossia uno dei fenomeni fisici apparentemente più ovvi e familiari per l’essere umano.
Lo conosciamo fin da prima della nascita e, come specie, da quando esistiamo; l’uomo vi si interroga da sempre, ma per capire che cosa esso sia, di cosa sia fatto e da dove provenga, è stata necessaria una lunghissima storia di studi.
Le prime scienze di cui l’essere umano si è occupato, infatti, riguardavano da un lato l’osservazione delle stelle e dall’altro i suoni, ma, se a Pitagora si deve l’incredibile intuizione del rapporto tra piacevolezza di un suono e matematica, è stato necessario arrivare al XX secolo per avere delle risposte più specifiche.
Difficilissimo, specifica infatti Sozzi, è anche capire che cosa distingua un suono da un rumore. La distinzione, che sembra intuitiva, non è soltanto una questione di fisica: ciò che per qualcuno è musica può essere rumore per qualcun altro, e ciò che in una cultura viene percepito come armonico può risultare estraneo o persino fastidioso in un’altra. Anche il nostro modo di ascoltare, dunque, è in parte appreso; il cervello non riceve semplicemente fenomeni acustici, ma li interpreta sulla base di esperienze, aspettative e familiarità.
Oggi, la ricerca permette non solo di fare chiarezza sulle caratteristiche fisiche del suono, ma anche di condurre studi per comprendere come reagiamo ai suoni, alla musica. Carlotta Lega, i cui principali interessi di ricerca spaziano dall’impatto degli stimoli sonori sulle strutture cerebrali ai meccanismi che regolano la percezione dei suoni con il movimento, racconta quanto sia cambiato, in pochi decenni, lo studio della percezione musicale: da un’epoca in cui il cervello poteva essere osservato direttamente soltanto dopo la morte di un paziente si è arrivati a tecniche di neuroimmagine che consentono di seguirne l’attività mentre una persona compie un’azione complessa, come imparare a suonare uno strumento.
Le neuroscienze e la psicologia della musica sono discipline relativamente giovani, ma hanno già aperto domande, non solo riguardanti la conoscenza del fenomeno, ma anche le sue possibili applicazioni cliniche. Tra queste, una delle più interessanti riguarda il rapporto tra musica e memoria, ambito al quale Laura Ferreri ha dedicato una parte importante della propria ricerca. La musica sembra infatti avere un particolare accesso ai nostri ricordi, nonché ai processi attraverso cui impariamo e recuperiamo informazioni, e perciò può diventare uno strumento utilissimo ad esplorare nuove possibilità terapeutiche; non meno rilevante sono i suoi effetti positivi nelle terapie per i disturbi legati al linguaggio o al movimento.
Con le parole del neurologo e scrittore americano Oliver Sacks,
«il potere della musica è di integrare e curare; è un elemento essenziale; è il più completo farmaco non chimico».
La domanda iniziale, allora, si sposta. Biologicamente, la musica «non serve a niente». Tuttavia, già Darwin aveva ipotizzato una funzione legata alla selezione sessuale, per esempio nella ricerca del partner e nella comunicazione delle emozioni; l’ipotesi non è oggi dimostrata, ma ha aperto una lunga riflessione sulle possibili funzioni adattive della nostra musicalità. Negli ultimi anni, una delle funzioni più studiate è quella della coesione sociale: la musica potrebbe aver contribuito, fin dalle prime comunità umane, a rafforzare i legami all’interno del gruppo, e ciò che accade oggi durante un concerto offre forse una versione contemporanea di questo meccanismo. Ferreri ha studiato proprio questo aspetto, osservando come la condivisione dell’esperienza musicale possa aumentare il piacere dell’ascolto, fino a produrre effetti misurabili anche sul piano neurale. Quando due persone ascoltano contemporaneamente la stessa musica, infatti, i loro cervelli possono mostrare una maggiore coerenza nell’attività neurale.
Forse è proprio qui che la «cheesecake uditiva» di Pinker comincia a mostrare i propri limiti. La musica non è strettamente necessaria alla sopravvivenza biologica del singolo, certo, ma se può contribuire alla memoria, alla regolazione delle emozioni, alla cura, all’apprendimento e alla costruzione di legami tra le persone, la sua presenza nelle nostre società acquista un significato che va ben oltre il semplice piacere.
La domanda allora non è più soltanto «a cosa serve la musica?», ma che cosa succede agli esseri umani quando fanno musica, quando la ascoltano e soprattutto quando la ascoltano insieme. Sono questioni che la ricerca scientifica sta esplorando e cui continuerà a ricercare risposte, partendo dalle milioni di domande che può suscitare un fenomeno così familiare e insieme difficile da afferrare, come la musica.